«BIANCO SPORCO - Marlene Kuntz» la recensione di Rockol

Marlene Kuntz - BIANCO SPORCO - la recensione

Recensione del 11 mar 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Difficile trovare parole per un disco come questo. E’ difficile descrivere quanto è bello, difficile raccontare il grado di maturità compositiva ed esecutiva raggiunta dai Marlene Kuntz. Gruppo che se, come è vero, è LA rock band italian per eccellenza, ha saputo stupire tutti per un’ulteriore crescita. Ha dimostrato ancora una volta che “rock” e “italiano” non sono aggettivi vuoti o da riempire una volta sola; sono contenitori da rinnovare ogni volta, prendendo nuove strade con coraggio e coerenza.
Partiamo dai fatti, dunque. “Bianco sporco” è il sesto disco della band cuneese. Segue “Senza peso” del 2003 (disco notevole, quasi una una summa del loro suono, ma che forse ora appare tutto sommato di transizione) e l’EP “Fingendo la poesia” (in cui per la prima volta apparivano delle cover, di Paolo Conte e Mina: indizio interessante). Segue soprattutto la separazione dal bassista Dan Solo (avvenuta a fine 2004 ma annunciata ad inizio 2005); la band ha chiamato così il vecchio amico e mentore Gianni Maroccolo (CSI, PGR) al basso.
Ma il fatto è soprattutto un altro. “Bianco sporco” è un disco bello, lirico, che unisce l’elettricità del rock con un senso della melodia quasi cantautorale. Forse i fan della prima ora, quelli abituati al suono più incazzoso, si incazzeranno a loro volta scoprendo che le prime vere schitarrate arrivano alla quinta canzone. Perché “Bianco sporco” è un disco impostato sulla voce di Cristiano. Che canta, eccome se canta: sentendo le tonalità inedite di “A chi succhia” e soprattutto di “Bellezza” non si può fare a meno di notare che usa la sua voce in modo assai diverso dal passato.
“Bianco sporco” è un disco che ha appreso la lezione di alcuni punti di riferimento (PJ Harvey per il lavoro sulle chitarre, Nick Cave per le atmsofere chiaro/scura) e l’ha fatta propria, e italianizzata. E’ un disco di ballate lancinanti ed elettriche, di personaggi fantasmatici (il titolo, dice Cristiano nella presentazione del disco, allude anche ai lenzuoli tutt’altro che immacolati di questi personaggi). Forse proprio Nick Cave, a cui coscientemente i Marlene ammiccano in “La lira di Narciso” è davvero il modello del gruppo. Non musicalmente, perché le somiglianze stilistiche sono ben poche. Ma nell’attitudine, nella ricerca, nel saper mischiare furore e riflessione. Nell’essere cresciuti e avere trasformato le incazzature giovanili nel suono pieno e composito della maturità.
Non c’è un punto debole, in “Bianco sporco”. Un disco da ascoltare e riascoltare, dai momenti più diretti (“Bellezza” e “Il sorriso”, aperte come non mai) a quelli più scuri (“L’inganno” o la riscrittura di Carlo Emilio Gadda ne “La cognizione del dolore”), apprezzando gli arrangiamenti (in collaborazione con Rob Ellis) e le strutture belle e mai banali (vi basti l’1-2 iniziale di “Mondo cattivo” e “A chi succhia”).
“Bianco sporco” è uno di quei dischi che rende (quasi) inutile il mestiere dello scribacchino musicale. Ascoltatevelo, senza pregiudizi, e giudicate da soli.

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