«YA-RAYI - Khaled» la recensione di Rockol

Khaled - YA-RAYI - la recensione

Recensione del 26 gen 2005 a cura di Luca Bernini

La recensione

Fa bene Khaled a sorridere in copertina, con la sua faccia da eterno bambino impunito; perché il suo nuovo lavoro, pubblicato dopo quasi 6 anni di silenzio, è un disco coi fiocchi. “Ya-rayi” lo riporta dritto al centro della sua musica e del suo mondo, a prima che il successo internazionale, ottenuto con “Didi”, lo facesse scivolare e infine affogare nella dimensione semitonta della star algero-francese da esportazione. L’idea di dover piacere a tutti, di sfruttare il volano della “contaminazione”, le indicazioni – forse – del suo entourage e una inevitabile dose di presunzione, avevano portato l’ex Cheb Khaled – la Voce d’Oro di Orano – a cercare di sdoganare una musica sempre più ruffiana e annacquata, sorretta solo da una voce che, anche quando ha cantato mondezza da attrazione circense come “C’est la nuit”, non ha mai sfigurato né tradito i suoi fans.
Ora, da allora, sono passati sei anni, anni in cui, nella musica, nel pubblico e nella discografia sono successe tante, troppe cose; con il risultato che Khaled oggi non è più di nessuno. Non è più della discografia, troppo impegnata a lavorare sulle priorità e sulle cifre da non accorgersi – almeno in Italia – della stupefacente bellezza di questo disco; non è più di Nanni Moretti e della sua Vespa, della Khaled-mania che lo aveva reso star; non è più di un pubblico che qualche anno fa ne seguiva le gesta con passione, quasi come quelle di un Manu Chao ante litteram e adesso, come del resto succede, si è un po’ perso; e di conseguenza non è più nemmeno degli addetti ai lavori, che devono scrivere di ciò che vuole la gente o far suonare gli artisti di cassetta.
Khaled, grazie a Dio, non è più di nessuno se non della sua musica, che in questo lavoro torna a parlare come aveva fatto nei suoi momenti migliori. Merito di una scelta compositiva felice – le canzoni sono davvero belle, tutte, e la meraviglia è che più della metà sono firmate da sua moglie Sam Debbie – e di una scelta produttiva ancora più vincente, perché rispettosa della statura del personaggio, troppo spesso in passato imprigionato nelle maglie strette di tastiere e programmazioni degne di una fiera di paese: qui ci sono musicisti veri, orchestre vere, suoni che chiamano la Leggenda della grande musica d’Oriente. Basta ascoltare l’iniziale “Mani hani”, dove l’apertura è lasciata allo splendido pianoforte di Maurice El Mediani, una star della musica d’Algeria da ben prima dello stesso Khaled, per un brano che parte da lontano per diventare alla fine il classico brano sentimentale di Khaled. Oppure la traccia successiva, quella che potrebbe essere la nuova “Didi”, la title-track “Ya rayi”, registrata negli Stati Uniti sotto la guida di Don Was (già dietro il successo di “Didi”) e capace di regalare grande energia. Oppure ancora i brani in cui impazzano le due orchestre d’archi coinvolte in questo album, l’orchestra Chaabi di Algeri e l’orchestra de Il Cairo, o i Caribbean Swing Horns, anch’essi trascinanti. Il tutto sotto la supervisione di un team di produttori (oltre a Don Was per “Ya-rayi” c’è l’altrettanto collaudato Philippe Eidel) che, pur avendo lavorato in passato con Khaled, questa volta superano se stessi, confezionando un album che è un classico della musica nordafricana. “Zine zina” porta invece la firma, alla coproduzione, di Jacob Desvarieux, già leader della band Kassav’, e capace di portare all’interno di un disco di rai, una ventata di sound antillese che ne impreziosisce ancora di più l’effetto finale.
In questo suggestivo intarsio musicale, Khaled si muove con splendida padronanza, declinando le canzoni nei generi a lui più cari, adattando la sua voce all’occorrenza: dal romanticismo di alcuni episodi si passa così a brani maggiormente ritmati, adatti per il ballo, o ad altri momenti assolutamente epici nel loro richiamarsi alla tradizione musicale araba (sono quelli sostenuti dal lavoro delle due orchestre). Il risultato è un grande regalo alla musica e, per Khaled, un punto fermo indiscutibile di tutta la sua produzione. Ora che non è più di nessuno, questo è il disco che serviva per tornare al cospetto di tutti nel modo migliore.

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