«PERPETUUM MOBILE - Einsturzende Neubauten» la recensione di Rockol

Einsturzende Neubauten - PERPETUUM MOBILE - la recensione

Recensione del 20 apr 2004 a cura di Giulio Nannini

La recensione

L’applicazione in musica del concetto di “moto perpetuo” lo avevano già affrontato compositori classici come Niccolò Paganini e J. Strauss, sviluppandolo come stile compositivo ripetitivo (con qualche variazione nel finale), quasi fosse un modello precursore dell’odierno minimalismo (Steve Reich, Michael Nyman). Riprendono questo concetto gli Einstürzende Neubauten (che sta a significare "nuovi edifici che crollano"), pionieri della musica industriale. A differenza dei primi lavori della band tedesca - contenenti canzoni caotiche, sonorità rumoristiche ma incredibilmente creative, suonate con strumenti spesso “fatti in casa” - “Perpetuum mobile” suona rilassato, intelligente, innovativo ed eclettico.
L’album (disponibile anche in edizione limitata con un bonus DVD) parla di viaggi, flussi e movimenti. Un viaggio senza fine fra aeroplani, ascensori, scale o treni, con temi ricorrenti come quelli della trasgressione, della migrazione e del volo degli uccelli. Ma forse le parole del leader Blixa Bargel sono più chiarificatrici riguardo al titolo del disco: “E’ un sistema di riferimenti incrociati: ogni momento dell’album ne richiama numerosi altri in una catena continua”. Vale la pena sottolineare che le sedute di registrazione hanno seguito un percorso del tutto inusuale. Sono infatti state trasmesse via Internet grazie ad un Webcasting. I fan hanno avuto per la prima volta l’opportunità di seguire il processo creativo della band e, perfino, comunicare opinioni e commenti durante il corso delle registrazioni. La band ha anche reso disponibile per loro un cd di “rough mixes” (missaggi allo stato grezzo).
Riprendendo il tono quieto e rilassato del precedente “Silence is sexy”, gli Einstürzende hanno scelto ancora una volta titolo latino (dopo “Tabula rasa” del 1993). Queste nuove canzoni sono innegabilmente interessanti sotto il profilo della sperimentazione, complice una scrittura non convenzionale con ritmi confusi, destrutturati, atmosfere dark che prediligono la tensione alla serenità, da veri e propri anarchici del suono, con sonorità a volte volutamente cacofoniche. La band tedesca ha conservato l’utilizzo di strumenti costruiti con tubi, metalli e materie plastiche varie. Si alterna l’infinito spazio del silenzio ad impercettibili suoni d’ambiente (come in “Selbsportrait mit kater”, “Boreas” e “Ein Seltener Vogel”, diluite con lunghi intermezzi di semi-silenzio), interrotti da effetti noise e parentesi strumentali.
“Ich gehe jezt” ("Ora me ne vado") apre l’ascolto con un mood malevolo, che introduce alla epica title-track (quasi 14 minuti), con percussioni ricavate da scatole metalliche e compressori d’aria (già utilizzati nell’album “Ende neu”, oltre che nell’ultimo tour), canestri di paglia e persino un pneumatico. La già citata “Selbsportrait mit kater” (autoritratto con postumi) concilia il suono metallico con una sezione archi. I momenti più tenebrosi, obnubilati, arrivano con “Ein leichtes sauseln” ("Un sussurro si accende e si estingue") – in cui la melodia si pone in netto contrasto con la glaciale voce del frontman tedesco – e la strumentale “Ozean und brandung” ("Oceano e surf"). Con “Boreas” ci spostiamo verso i territori della sperimentazione pura, dove il silenzio lascia un senso di vuoto incolmabile, a tratti insostenibile. Ma “Perpetuum mobile” include anche alcune delle canzoni più accessibili mai scritte dalla band tedesca, come la natura poppy di “Youme & Meyou”, unico brano ad essere cantato in inglese, e “Der weg ins freie”. Qui le sonorità rumoristiche di album come “Kollaps” e “Zeichnungen des patienten O. T.” hanno lasciato il passo alla ricerca melodica. Il brano di chiusura, “Grundstuck” è costruito sopra una eccellente orchestrazione finale, con percussioni costituite da tubi di ferro e suonate da tutta la band. Tra gli “strumenti” utilizzati nell’album c’è anche un giradischi sormontato da un contenitore di immondizia e oggetti riciclati, inventato da Andrew Chudy, alias NU Unruh, membro storico della band. Blixa Bargeld (che nel frattempo ha lasciato definitivamente i Bad Seeds di Nick Cave) sceglie spesso la via dello spoken word, preferendo a volte un tono sinistro, a volte il sussurro, e confermando il suo cantato estremamente enigmatico e ipnotico. I testi sono molto meno ermetici del solito e più autobiografici, anche se non rinunciano a trip psichedelici o all’elaborazione poetica. “Dead friends (around the corner)” non è altro che la rielaborazione di un discorso dell’arcivescovo di Canterbury nel XVI secolo. Ostici? Sì, ma dopo ventitré anni di carriera gli Einstürzende Neubauten riescono ancora a sorprendere. Non è da tutti.

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