«ROTARY CLUB OF MALINDI - Roberto Vecchioni» la recensione di Rockol

Roberto Vecchioni - ROTARY CLUB OF MALINDI - la recensione

Recensione del 27 feb 2004 a cura di Giulio Nannini

La recensione

Il Professore cambia etichetta, passando dalla EMI alla Sony, e trova nuova ispirazione. Dopo l’introverso e complesso “Il lanciatore di coltelli”, Vecchioni attinge da sonorità etniche scoperte dopo un viaggio in Kenya, viaggio che diventa un percorso interiore. Questo nuovo capitolo della lunga discografia del cantautore milanese (fatta di alti e bassi) è un disco dallo scopo terapeutico, nato in seguito ad un periodo di crisi. Tra un samba, un tango, un calypso e una mazurca, c’è tutto il Vecchioni più amato dal suo pubblico, capace di passare dai toni malinconici all’ironia, alla canzone d’autore intelligente e pungente.
Prodotto anche questa volta dall’abile Mauro Pagani, l'album si sarebbe dovuto intitolare “Il vecchio e il mare”, proprio come uno dei suoi brani (oltre che un romanzo di Hemingway). L’idea del titolo nasce invece da una poverissima fermata di pulmini “scasciati”, che pubblicizza proprio la scritta “Rotary Club Of Malindi”. Lo slogan si riferisce agli indigeni keniani, che dagli occidentali hanno preso difetti e paturnie: un messaggio di salvificazione per tutti coloro in cerca di guarigione dallo stress della civiltà moderna. Sono “lettere dall’Africa” di un bianco, borghese, medio, democratico, in crisi di coscienza, che in quindici giorni di Kenya si riconcilia con la vita, riscoprendo i valori che abbiamo a portata di mano ma che non vediamo, oltre che ridere delle contraddizioni del mondo. L’Africa diventa un passaggio psicologico, una tappa obbligata per traghettare l’angoscia verso una ritrovata serenità.
Vecchioni torna sulle scene in modo brillante, con arrangiamenti di lusso, a partire da “Nini Kuna?”, brano che riflette il senso di assoluto dell’uomo. “Marika” parla di una kamikaze che sta per sacrificarsi: ne descrive il travaglio interiore, narrando la storia di una donna divisa tra il suo cuore e la responsabilità di essere una terrorista (non è assolutamente un brano a favore degli attentatori, così come non ha una valenza politica, ci tiene a specificare Vecchioni); “Marika” è il racconto di una donna e di quello che sarebbe potuta essere, oppure di quello che avrebbe vissuto se non avesse deciso di farsi saltare in aria. “Tango di rango” è un elogio della virilità perduta, mentre “Dimentica una cosa al giorno” è dedicata alla vecchiaia e alla madre scomparsa. “Faccetta rosa (in campo azzurro)” è l’unica canzone dal testo vagamente politico, diretta a Berlusconi, dipinto come uno che affoga perché troppo basso per toccare il fondo; una canzone che racconta dei soliti affarucci italiani che siamo abituati a sentire ogni giorno. “L’uomo che vorrei” si caratterizza invece per un solare ritmo bossanova: è una canzone d’amore dedicata alla propria compagna, un attestato di stima e di affetto. In “Libraio di Selinunte” (titolo scelto anche per il romanzo che il Professore pubblicherà il prossimo 8 aprile per Einaudi), si celebra il mito delle parole.
Ma è in “Il vecchio e il mare” che scopriamo il vero senso del disco: tutto quello che passa sul mare non ha importanza, va e viene, l’unica cosa che conta è il mare stesso. Il senso della vita è vivere, non perdersi dietro alle cose che passano.
I diritti editoriali della title-track saranno destinati a uno scopo benefico, e devoluti al progetto Aidsudafrica, varato dall’associazione Lila Cedius, che ha per obiettivo quello di ridurre la trasmissione del virus hiv dalle madri sieropositive ai neonati.

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