«LET IT BOOM - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - LET IT BOOM - la recensione

Recensione del 16 gen 2004 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Sapete già come la penso a proposito delle cover. Il mio parere, in estrema sintesi, è che una cover - per essere giustificata - dev’essere diversa dalla versione originaria; se è molto simile o quasi uguale ad essa, è una riesecuzione, magari anche eccellente, ma non meritevole di riflessioni particolari.
Sapete anche che, per me, i Beatles sono una religione, una fede, e che sull’argomento mi sento sempre molto suscettibile. Figuratevi quando ho saputo che stava per essere resa disponibile una raccolta di cover dei Beatles registrate da esponenti della scena indipendente italiana: da una parte non vedevo l’ora di ascoltarla, perché la mia bulimia di musica beatlesiana è inappagabile (e non la placano di certo alcune discutibili operazioni, anche recenti, proposte dall’entourage Apple/EMI); dall’altra, sempre piuttosto critico come sono nei confronti della scena indie nostrana, francamente temevo di ritrovarmi ad ascoltare un progetto velleitario e privo di spessore.
Ebbene, la buona notizia (per me e per tutti) è che questo “Let it boom”, che ho avuto la possibilità di ascoltare su supporto Cd grazie alla cortesia di Audioglobe (i brani e l’artwork - quest’ultimo firmato da Massimo Giacon - sono scaricabili da www.musicboom.it), si è rivelato un’esperienza davvero interessante. Merito di chi ha ideato e coordinato l’operazione, che non era certo esente da rischi. E merito, lo dico volentieri, anche di chi ha registrato e fornito i brani (22) che compongono la raccolta. Merito anche, s’intende, di John Lennon e Paul McCartney, autori di 19 dei 22 titoli qui inclusi (uno, “Penny Lane”, è presente in due versioni; due, “Blue Jay Way” e “Piggies”, sono firmati da George Harrison). Quest’ultima considerazione, che parrebbe ovvia, non ha tanto a che vedere con i Beatles, quanto con la scena indie italiana: la quale, a mio sommesso parere, è ricca di musicisti di qualità (semmai è carente di voci di qualità: ne parleremo più avanti), ma raramente riesce a proporre composizioni originali di livello superiore alla mediocrità.
Ebbene, confrontandosi e misurandosi con un repertorio consacrato e di livello mediamente eccellente, i protagonisti di “Let it boom” hanno potuto utilizzare materiale compositivo di pregio, che ha dato loro l’opportunità di mettere in mostra doti tecniche pregevoli ma anche - ed è qui il bello - un plus di fantasia e di sana, costruttiva spregiudicatezza di approccio. Per dirlo più chiaramente: alcuni (non tutti) dei giovani artisti che si sono impegnati a contribuire al progetto hanno fornito registrazioni che non sfigurano non dico rispetto agli originali (adesso non esageriamo...) ma sicuramente rispetto alla maggior parte delle cover beatlesiane che mi è capitato di ascoltare in tanti anni di militanza da raccoglitore di dischi di argomento beatlesiano.
Non recensisco quasi mai un album esaminandolo canzone per canzone, ma stavolta ne vale la pena. Dunque, se vi va, armatevi di pazienza e statemi a sentire.
“And your bird can sing”: Joe Leaman sceglie bene, pescando nel repertorio meno sfruttato, e il suo trattamento del brano procede per sottrazione: condotta dalla voce, la versione è asciutta e trattenuta, impreziosita da appropriati interventi di theremin. Una pecca, ma non da poco: un errore di pronuncia marchiano (la parola “direction” pronunciata, erroneamente “dairescion” - invece la “i” si pronuncia semplicemente “i”. Benedetto figliolo, non avevi il Cd di “Revolver” da ascoltare?).
“Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”: anche i Babalot scelgono, saggiamente, di non stravolgere l’impianto del brano originario, ma non ne ricalcano l’arrangiamento, arrivando a destinazione senza infamia e senza lode.
“Penny Lane”: unico brano presente in due versioni, mi offre l’opportunità di articolare meglio un discorso accennato nell’introduzione. Gli Slumber sono diligenti, e rifanno la canzone quasi pari pari (risultando così inutili). Ben diverso l’approccio dei TBH, che intervengono coraggiosamente sul corpo della canzone - scomponendolo ed eleborandolo - fino a modificare leggermente l’andamento della melodia. La voce femminile è molto, molto efficace, e possiede una qualità onirica che ben s’adatta allo spirito sognante del testo. “Penny Lane” diventa così, nella versione TBH, un vero tributo: un omaggio a un capolavoro reso in maniera rispettosa e non iconoclastica, però libera e originale.
“Norwegian wood”: gli Zabrisky affrontano la parte vocale della canzone senza osare, anzi rifacendola quasi pari pari; buona l’esecuzione strumentale, ma si poteva rischiare di più.
“I am the walrus”: la A Toys Orchestra consegna un compitino pulito ma non certo fantasioso: però si era scelta un compito difficile. Anche qui, l’esecuzione strumentale è più che corretta.
“I’m so tired”: certo sentirla cantare da Lennon è un’altra cosa, e certo la voce di John - così irritante e distante in questo brano del doppio bianco - non è un modello col quale ci si possa misurare; ma la cover dei Laundrette proprio non è memorabile.
“She’s leaving home”: il doppio registro sul quale è giocata la canzone di “Sgt. Pepper’s...” viene replicato dagli Es in maniera meccanica e rigida, il che danneggia la fluidità dell’ascolto rendendolo quasi fastidioso.
“Yesterday”: i Perturbazione si confrontano con il brano forse più consunto del canzoniere beatlesiano, e riescono a uscire dall’impresa a testa alta, persino correggendo un certo eccesso di melassa della versione originaria. Molto buona anche l’esecuzione vocale.
“Blue Jay Way”: brano fra i meno frequentati (era nella colonna sonora di “Magical Mystery Tour”) della discografia beatlesiana, è anche uno dei più misteriosamente suggestivi, e la versione dei Jennifer Gentle ne esalta l’atmosfera fantasmatica. Eccellente, davvero.
“Hey bulldog”: brano “minore” incluso nel disco della colonna sonora di “Yellow Submarine”, meritava comunque un destino migliore: la cantante dei Caravane De Ville lo massacra con un’esecuzione tutta vezzi, fiati e melismi, forzata e innaturale.
“Eleanor Rigby”: il trattamento heavy è sorprendente, e fornisce una prospettiva del tutto nuova e affascinante alla dolente canzone di McCartney; ma il cantante degli Helvetica rovina molto eccedendo in effettismi (e pronunciando aspirate le “all”, come se fossero scritte “hall”, e tutti i pronomi “I”, come se fossero “hi”). Peccato, davvero.
“Mean Mr Mustard” / “Polythene Pam”: un altro esempio di come la vera debolezza delle giovani band italiane stia spesso nella voce. Il cantante dei Satantango gigioneggia oltremisura, ed evidentemente pensa che per far credere di saper l’inglese sia utile deformare la pronuncia delle vocali.
“She loves you”: non conosco i Milaus, ma hanno tutta la mia stima e il mio rispetto, ammesso che gliene importi. Hanno preso una canzone-icona, una canzone-simbolo, e l’hanno stravolta triplicandone la durata e dimezzandone il tempo così da trasformarla in un mantra ipnotico, in crescendo continuo verso un finale efficacissimo. Chapeau! Forse il vertice del progetto, insieme a “Penny Lane” dei TBH.
“Ob-la-di ob-la-da”: i Mariposa fanno della canzone un numero da cabaret; a parte la citazione iniziale da “Let it be” e quella da “Simon says” a 45 secondi dall’inizio, è supponente la “trovata” di inchiodare a un minuto e mezzo e di cambiare brutalmente ambiente sonoro e mood (tanto ce l’aspettavamo tutti, che per il finale si sarebbe tornati alla caciara della prima parte).
“What’s the new Mary Jane”: astuti e furbi, i Beat Babol vanno a pescare quell’outtake dal doppio bianco che era riaffiorata nell’ultimo volume dell’Anthology (oltre ad essere assai presente nei bootleg), e la rifanno quasi pari pari (colpisce la somiglianza fra la voce del cantante e quella di Lennon), giocando coi rumorismi e i riverberi. Curiosa.
“Across the universe”: registrata dal vivo, Lara Martelli tratta con souplesse l’ormai classico lennoniano, assecondata dai suoi musicisti che le forniscono una base strumentale ricalcata, ma con gusto, sull’originale.
“Happiness is a warm gun”: nera e oscura la versione originaria, ancor più dark la cover dei Bartok: che rispetta inizialmente l’alternanza di registri del brano del White Album, poi parte per una sua tangente, sorprendendo piacevolmente per inventiva sonora; ottima anche la performance vocale.
“A day in the life”: eh, era difficile, certo. Paolo Bragaglia e Francesco Castiglioni hanno avuto coraggio e incoscienza, accollandosi il monumentale ultimo solco (sarebbe il penultimo, ma non sottilizziamo) di “Sgt. Pepper’s...” e sforzandosi di rifarlo a modo loro. Mesmerico il loop che sottende alla prima parte, molto Laibach la seconda (quella di “Wake up, fell out of bed...”), elettronicamente solenne la terza; ecco, forse qui si doveva avere la forza di chiudere, rinunciando a un finale debole. Onore al merito, comunque.
“Fixing a hole”: la versione Maisie - un po’ The Normal “Warm leatherette”, un po’ Kraftwerk “The hall of mirrors” - è più buffa che convincente; e la vocetta squittente infastidisce più che incuriosire.
“Because”: i già noti Revolver, accreditata cover band beatlesiana, prima dimostrano le proprie doti mimetiche (con ottimi impasti vocali), poi tentano di allontanarsi dal modello di riferimento, e sbandano - soprattutto avventurandosi in un incongruo assolo.
“Piggies”: chiusura di alto livello, con i Tottemo Godzilla Riders che giocano a The Residents play The Beatles - nemmeno due minuti di intelligente bizzarria vocale/strumentale.
Abbiamo finito. Di solito a questo punto si tirano le somme, e non posso esimermi dal farlo. Il bilancio, già l’avevo anticipato, è positivo: l’operazione è riuscita, la scommessa è senz’altro vinta. Se chi ha curato il progetto avesse avuto il coraggio di rinunciare a una ventina dei 79 minuti e passa complessivi, il giudizio sarebbe ancora più benevolo: ma otto/nove solchi buoni su 22 non è affatto un cattivo risultato. Se considerate anche il mio eccesso di pretese da beatlesiano osservante, capite che “Let it bloom” vale la pena di essere ascoltato/scaricato/acquistato. Certo più di “Let it be... naked”...

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