«LOTUS - Elisa» la recensione di Rockol

Elisa - LOTUS - la recensione

Recensione del 15 gen 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Tre album e subito un best? Elisa, a due anni da “Then come the sun”, è tornata con questo “Lotus” che non è un best, anzi: lo ha precisato la stessa cantante di Monfalcone nella presentazione dell’album, svoltasi a Milano qualche tempo fa(vedi news). Non avrebbe senso fare un best così presto, anche se ormai quella macchina spremi-artisti che è diventata l’industria avrebbe potuto pensarlo. “Lotus” piuttosto è un disco a tema, con rielaborazioni acustiche di brani del repertorio, inediti (tra cui il singolo “Broken”) e cover (“Hallelujah” di Leonard Cohen e “Femme Fatale” dei Velvet Underground). La stessa Elisa ha tenuto a precisare che è un progetto innanzitutto artistico, nato dall’ispirazione di alcune foto “di natura” (riportate nel libretto) e focalizzato concentrandosi sulla parte più intimista del suo repertorio. A quella più energica verrà dedicato un disco futuro.
Se c’è un pregio che ha “Lotus” è quello di mostrare la maturità artistica di questa cantante, che si è affrancata dalla produzione di quel Corrado Rustici che l’aveva tenuta a battesimo. Gli arrangiamenti di queste canzoni sono sobri e in linea con questo progetto, minimalisti senza essere scarni. Ne esce un suono pulito, cristallino, perfettamente al servizio della voce potente di Elisa. Nel repertorio del disco spiccano soprattutto le nuove versioni di brani come “Rock your soul”, “Sleeping in your hand” e “Labyrinth”; alcuni dei brani nuovi (soprattutto la ballata scelta come primo singolo, “Broken”) sono notevoli, altri non colpiscono particolarmente. Discorso diverso per le due cover inedite: “Hallelujah” di Leonard Cohen e “Femme Fatale” dei Velvet Underground. Si tratta di classici talmente classici che il confronto è davvero improbo, soprattutto nel primo caso: la versione di Jeff Buckley è quella definitiva, e la voce e l’interpretazione di Elisa non possono davvero aggiungere nulla.
Inutile chiedere a Elisa quanto canterà in italiano (qua sono comprese nuove versioni di “Luce” e “Almeno tu nell’universo”, che fanno riflettere -positivamente – in questo senso), perché evidentemente la sua lingua madre non è la sua lingua musicale. Il difetto principale dell’album, semmai, è sicuramente la lunghezza, che sfora abbondantemente i 70 minuti. Con atmosfere del genere, sono davvero troppi, e il rischio noia è in agguato.

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