«MONDAY AT THE HUG & PINT - Arab Strap» la recensione di Rockol

Arab Strap - MONDAY AT THE HUG & PINT - la recensione

Recensione del 24 mag 2003

La recensione

Un lunedì al pub: è facile immaginare che si tratti di una situazione familiare per Aidan Moffat, voce degli Arab Strap, e di sicuro è l'ambientazione perfetta per le piccole miserie quotidiane descritte nei suoi testi. Le musiche del suo compare Malcolm Middleton però non si limitano a essere la colonna sonora per un piccolo mondo claustrofobico ma sembrano voler suggerire la possibilità di una via d'uscita, la vista di un puntino luminoso alla fine di un tunnel. Così gli Arab Strap riescono a rendere struggenti storie potenzialmente trucide come quella di "Act of war", lamento di un amante violento il cui squallore viene riscattato dal valzer malinconico che ne accompagna le parole. Stacey Sievwright al violino e Jenny Reeve al violoncello sono una presenza più o meno fissa nei brani dell'album e contribuiscono in modo determinante al risultato finale, insieme al nutrito drappello di ospiti, che comprende fra gli altri Conor Oberst e Mike Mogis dei Bright Eyes e Barry Burns dei Mogwai. Le scarne informazioni riportate nel booklet non chiariscono in quali pezzi intervengano i musicisti esterni, ma non è difficile vedere l'ombra dei Mogwai nelle parti più rumorose di "Fucking little bastards" o in "Who named the days?". Gli illustri connazionali scozzesi non sono comunque un riferimento unico. Anzi, Middleton provvede ad allargare il proprio raggio d'azione, mostrando un maggiore eclettismo rispetto al passato: nell'introduzione di "Loch Leven" si cimenta in un breve quadretto di folklore made in Scotland, sottilmente scombinato dalle interruzioni del loop di cornamuse campionate su cui è costruito e dalle occasionali dissonanze degli strumenti che progressivamente arricchiscono l'intreccio. Ci sono anche un paio di lievi concessioni al pop con "The shy retirer" e "Flirt", brani che potrebbero avere anche un minimo appeal radiofonico per i programmatori più illuminati. Anche Moffat si avventura in parti vocali più cantate rispetto al suo caratteristico "quasi parlato", senza rinunciare però ai suoi soliti toni bassi.
Non sono materiale da classifica gli Arab Strap ma, come capita spesso agli antieroi, hanno dalla loro il fascino dei perdenti che sembrano saperla più lunga dei vincitori applauditi dalle folle. Il loro pub fumoso e puzzolente continuerà a essere un buon rifugio per quanti non sopportano la calca e i lustrini dei club alla moda.

(Paolo Giovanazzi)
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