Recensioni / 31 lug 2018

Nomadi - PER QUANDO NOI NON CI SAREMO - la recensione

PER QUANDO NOI NON CI SAREMO
EMI (CD)

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

Nel 1967 Augusto Daolio ha 20 anni e una curiosa somiglianza con l'ex vocalist dei Quintorigo John De Leo, ma nessuno dei due può saperlo, in quanto John nascerà tre anni dopo (Lugo di Ravenna contro Novellara di Reggio Emilia, perché la classe non è acqua, caso mai Lambrusco). “Per quando noi non ci saremo” è il primo 33 giri del gruppo, che si è formato nel ‘63 e comprende, oltre al cantante e leader, Beppe Carletti alle tastiere (nel 2003 lo ritroveremo nella cover band dei Nomadi curiosamente chiamata Nomadi), Franco Midili (chitarra), Gabriele “Bila” Coppellini (batteria) e Gianni Coron (basso).


Il gruppo ha alle spalle un mazzo di 45 giri: dopo “Donna la prima donna”, del ’65, cover del brano “Donna the prima donna” (sul serio) di Dion and The Belmonts, il ’66 è l’anno di “Come potete giudicar” (“come potete condanna-ar”, eccetera eccetera), uscito con due diversi lati B, “Racconta tutto a me” e “La mia libertà” (entrambi inseriti nella versione su musicassetta di questo ellepi, intitolata “I Nomadi” e con copertina diversa, mentre una ristampa del 1991 su vinile, in copie numerate, propone come bonus “Donna la prima donna” e il suo retro, “Giorni tristi”). Doppio lato B anche per “Noi non ci saremo”, pure del ‘66: “Spegni quella luce” di Pontiack-Verona (una “sigla” dietro la quale si cela spesso Francesco Guccini) rimpiazza “Un riparo per noi”, troppo simile a “With a girl like you” dei Troggs (“Era per riempire un retro”, spiegò Augusto; ma queste cose non le faceva solo Vandelli con l’Equipe 84?). Il 1967, infine, vede l’uscita dell’album e del singolo “Dio è morto” (il lato B, di Francesco Guccini, è, come si diceva all’epoca, un altro lato A: ”Per fare un uomo”).
Inno al beat, con una spruzzatina di psichedelia, fin dalla copertina (improbabili colli di pelliccia, giacche a righine Swingin’ London, camicie a fiori e occhialetti che oggi sarebbero very trendy), il disco inizia con la title track, recitata (si fa per dire) su un delicato sottofondo di clavicembalo e - quasi impercettibile - organo (harmonium?) non da Augusto, come sembra, ma dal doppiatore milanese Luigi Paoletti (lo segnala un documentatissimo nomadologo come Pietro Casarini, amico di Daolio): “Per quando i nastri di pietra finiranno nel sogno”, firmato Carletti, Guccini e Tagliazucchi (incontreremo Germano Tagliazucchi in un progetto varato dal produttore dei Nomadi Dodo Veroli e da quello di Guccini, Pier Farri: il doppio album del ’75 “Grande Italia”, dal nome del bar di Modena frequentato dai musicisti).
“Lasciamo un suono”, si chiude il recitativo, e il suono lasciato è la frizzante intro di “Come potete giudicar”, che sarebbe poi “The revolution kind” di Sonny Bono: “Ma un uomo ha il diritto di esprimere quello che ha in mente/senza che questo significhi necessariamente che sia un tipo rivoluzionario?”, scriveva Bono, passato agli annali come memoria storica del corpo di Cher prima della galvanoplastica, effettivamente non un “tipo” poi così “rivoluzionario”, tanto che sarebbe diventato sindaco repubblicano di Palm Springs (troverà la morte nel’98 in un incidente di sci). “E se vi fermaste un po' a guardar, con noi parlar/vi accorgereste certo che non abbiamo fatto male mai”, traduceva Verona (in questo caso aka non Guccini, ma Veroli e Daolio) chiedendo ai “matusa”, come si chiamavano allora uomini e donne sopra i quaranta: “chi vi credete che noi siam/per i capelli che portiam”.
Dopo “Spegni quella luce”, una ballata spruzzata di blues che non avrebbe stonato in un disco dei Giganti, due cover di seguito: “Quattro lire e noi”, la “My mind’s eye” degli Small Faces di Steve Marriot e Ronnie Lane, tradotta da Vito Pallavicini, e “Ti voglio”, la dylaniana e dylaniata “I want you” nella versione di Giorgio Calabrese (curioso, no? I parolieri de “Le mille bolle blu” - ma anche “Azzurro”, per amor di verità - e di “E se domani” diventano autori di “protesta”).
Adesso… adesso arriva il bello: “Noi non ci saremo” e “Per fare un uomo”, due pezzi di Guccini talmente noti (soprattutto il primo) che diventa quasi imbarazzante parlarne. L’arpeggio di chitarra e la “sfera di fuoco”, il silenzio che si stenderà “come un sudario” e il saltellante giro di basso (a proposito: “tutti i brani rimasterizzati”, informa la copertina, e non pare che siano stati fatti danni) per la prima; il coro (“eh eh eh eh eh eh eh eh eh eh eh eh eh”) e il parlato in italoemiliano, il tamburello e il saltellante giro di basso per la seconda.
Il capitolo 8 è una sorta di anticipazione dei Nomadi “melodici moderni”, da “Un pugno di sabbia” (“Disco per l’estate” nel ’70!) a “Non dimenticarti di me” (Sanremo ’71 in coppia con Mal, triplo !), a “Tutto a posto” (Canzonissima ’74, tutti i ! che volete): il brano s’intitola “Ma piano (Per non svegliarmi)”, lo ha scritto - parole e musica - Gianni Meccia, l’autore delle celeberrime “Il pullover”, “Il barattolo” e “Patatina”, l’hanno cantato quell’anno a Sanremo il crooner da bagnasciuga Nico Fidenco e Cher, ancora lei (in Riviera c’era anche Sonny, in duo contribuirono a far escludere dalla finale la nonostante tutto dignitosa “Il cammino di ogni speranza”, scritta da Umberto Napolitano per Caterina Caselli). La canzone è molto bella, l’arrangiamento molto particolare (niente percussioni, archi alla “preparate i fazzoletti”, un curioso pizzicato da intervallo con le pecore), il testo molto ruffiangiovanilista, Augusto molto intenso, direbbe Sacchi: affermando che è l’episodio migliore del disco - con tutti quei pezzi da novanta che lo precedono e lo seguono - si rischia di essere citati in giudizio, quindi ci pensi qualcun altro.
“Il disgelo”, filone protoambientalista alla “Noi non ci saremo”, è l’ennesimo pezzo del Maestrone; segue “Baradukà”, uno strumentale indianeggiante di Tagliazucchi. Tornando a “Noi”, il pronome prediletto dai Nomadi, provate a indovinare come s’intitola il brano numero undici…
Siamo alla fine: “Dio è morto”, che dire? Beh, si potrebbe dire che coraggiosamente, dopo l’ostracismo e la censura della quale il brano era stato fatto oggetto da parte della Radio Vaticana, la Rai Radiotelevisione italiana ospitò la canzone in trasmissioni sia radiofoniche, sia televisive, per dimostrarne il contenuto non blasfemo e la validità artistica. Si rischierebbe però di fare la fine del vecchio nella canzone del solito Guccini: “Mi piacciono le fiabe, raccontane altre”. Eh, sì, le cose andarono proprio alla rovescia, ma tutto sommato né il 45 giri, né l’album furono danneggiati, anzi: il singolo arrivò fino al settimo posto in classifica, l’ellepi fu addirittura il quinto più venduto del ’67 (il primo era un certo “Sgt. Pepper”…). Con pieno merito: “Per quando noi non ci saremo” è una pagina imprescindibile del beat italiano, del quale mette in musica e parole l’ingenuità e le aspirazioni, l’originalità e le furberie. Raccontate da una voce unica che qualche volta ci urla nelle orecchie, qualche volta canta piano, ma piano, per non svegliarci.
 

TRACKLIST

01. Per quando noi non ci saremo
02. Come potete giudicar
03. Spegni quella luce
04. Quattro lire e noi
05. Ti voglio
06. Noi non ci saremo
07. Per fare un uomo
08. Ma piano (per non svegliarmi)
09. Il disgelo
10. Baradukà
11. Noi
12. Dio è morto