«FETUS - Franco Battiato» la recensione di Rockol

Franco Battiato - FETUS - la recensione

Recensione del 02 ago 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

Se “Gilgamesh” può essere definito il più ambizioso, “Fleurs” il più umile, “La voce del padrone” il più fortunato, “Sulle corde di Aries” il più bello (lo sportello reclami è aperto in orario d’ufficio), cosa dire di “Fetus”? È il primo album, l’inizio della catena, e al di là del suo valore intrinseco - magari non eccelso, soprattutto se rapportato ad altri episodi del musicista catanese -, ha il merito non indifferente di segnare il confine tra il Battiato leggero, in qualche caso leggerissimo dei 45 giri allegati alla Nuova enigmistica tascabile, dell’esordio vero e proprio (il 45 giri “La torre”, prodotto nel ’67 da un certo Giorgio Gaber) e della partecipazione al “Disco per l’estate” (nel ’69, con “Bella ragazza”), e il Battiato che tutti abbiamo imparato a conoscere, e molti ad amare.


L’album esce nel ’71, quando Francesco, pardon, Franco ha 26 anni: lo pubblica la Bla Bla di Pino Massara, al secolo Giuseppe Previde Massara, produttore e autore di tutti i brani insieme a Battiato (ma c’è una terza firma, S. Albergoni). A qualcuno di voi sarà capitato, anche per sbaglio, di vedere Massara sul piccolo (beh, una volta era piccolo) schermo in occasione di Sanremo 2003, membro della commissione artistica ed esperto da Dopofestival: ebbene, questo signore, che nel nuovo millennio si è diviso tra Maria Pia and Superzoo e le musiche di “Un medico in famiglia”, nel secolo scorso offrì una chance, e qualcosa in più, non solo a Battiato, ma pure a Juri Camisasca e agli Aktuala, agli Osage Tribe e ai Capsicum Red del futuro orsacchiotto Red Canzian.
Dato a Massara quel che è di Massara, veniamo al disco, del quale esiste una versione inglese, “Foetus”, stesso anno e stessa copertina, che oltretutto corregge l’errore nella tracklist presente sulla stampa italiana: il 33 giri si apriva non con “Fetus”, ma con “Energia”; nella versione su cd, la Bmg/Ricordi ha pensato - bene o male, decidete voi - di riprodurre la cover originale con la svista, adattando però l’ordine dei brani alla lista sbagliata… Ah, siete liberissimi di non averci capito una mazza.
Battiato vuole colpire fin dalle immagini. Così, ecco la fotografia del feto (di quanti mesi? boh) e, all’interno, quella della Hon, l’immensa, coloratissima scultura di donna incinta realizzata per il Moderna Museet di Stoccolma dalla parigina Niki de Saint Phalle - la stessa dello stordente Giardino dei tarocchi di Capalbio - insieme ad altri artisti: stesa sul dorso, è visitabile all’interno attraversandone la vagina. Quanto ai testi dell’album - “interamente dedicato alla persona e all’opera di Aldous Huxley” - oscillano tra poesia e provocazione, preveggenza e millanterie, con qualche inevitabile debito nei confronti dell’autore de “Il mondo nuovo”: “Non ero ancora nato/che già sentivo il cuore/che la mia vita/nasceva senza amore” (“Fetus”), “L'esotomia, I'IBM-azione/de-cloro-de-fenilchetone/essedi-etilizzazione/han dato vita alla programmazione/x = a (sen. *t) x2 = a (sen. wt + y)” (“Fenomenologia”), “Meccanici i miei occhi/di plastica il mio cuore/meccanico il cervello/sintetico il sapore/meccaniche le dita/di polvere lunare/in un laboratorio/il gene dell'amore” (“Meccanica”), “Ho avuto molte donne in vita mia/e in ogni camera ho lasciato qualche mia energia/quanti figli dell'amore ho sprecato io/racchiusi in quattro mura, ormai saranno spazzatura” (“Energia”).
Venendo alle musiche, sono un compendio, talvolta ingenuo, del Battiato che era e di quello che verrà: le canzonette e l’elettronica (Franco si diverte un mondo con il VCS3), la chitarra e il violino, la classica e la contemporanea, con “voci dallo spazio” (gli astronauti di Apollo 11) e prestiti eccellenti, come l’Aria per archi dalla Suite in re numero 3 di Bach che pervade “Meccanica” e ispira “Anafase”. Non è la prima volta che Battiato si rivolge ai classici: nel ’70 aveva registrato “Vento caldo”, pomposamente firmata Battiato-Ciaikovski, un’operazione un po’ alla Procol Harum di “A wither shade of pale”, con testo del Nostro e musica dal Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra del romantico russo (Franco sarebbe tornato sul luogo del delitto in “Personalità empirica”, da “Ferro battuto”). Una curiosità, ma non solo: in quel brano, e soprattutto nel continguo “Iloponitnatsoc” (leggete dal fondo e vi ritroverete in un luogo molto caro a Battiato), caratterizzato dalla voce al contrario, possiamo trovare gli albori della svolta che da “Fetus” a “Pollution”, dalle sullodate “Corde” ai controversi “Clic” e “M.elle Le Gladiator”, ai dischi “impossibili” del periodo Ricordi (“Battiato”, “Juke box” e “L’Egitto prima delle sabbie”), darà al musicista di Jonia fama, successo, soldi e anche qualche grattacapo. Ma questa è un’altra era, “L’era del cinghiale bianco”.
 

TRACKLIST

01. Fetus
04. Energia
07. Anafase
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