«ASPETTANDO GODOT - Claudio Lolli» la recensione di Rockol

Claudio Lolli - ASPETTANDO GODOT - la recensione

Recensione del 16 ago 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

Dodici volte usa la parola “morte”, tre in “Aspettando Godot”, due nel “Tempo dell’illusione”, sei - più il titolo - in “Quando la morte avrà”. Poi, in ordine sparso, “giace morto sul selciato un bimbo che faceva il muratore” (“Angoscia metropolitana”), un ladro muore per far contenta la vecchia, piccola “Borghesia”, il protagonista di “Quanto amore” nel terzultimo verso rivela d’essersi impiccato (un espediente quasi alla “Viale del tramonto”, ma ancora più efficace). E se “Quello che mi resta”, anzi, gli resta “è solo il senso d’esser morto”, nel già citato “Tempo dell’illusione” prima muore un albero, poi ci si augura che muoia un parente, mentre in “Michel” passa a miglior vita la madre dell’amico, dopo che in una siepe - “con onori militari inventati lì per lì” - erano state celebrate le esequie financo dei soldatini. Non è finita: “La terra raccoglie le ossa di un uomo impazzito” nell’”Isola verde”, e a chiudere il cerchio arriva la title track, dove l’alter ego del Nostro prima seppellisce il padre, poi perde la moglie e alla fine si butta in un pozzo. A conti fatti, si salvano soltanto “Quelli come noi”, anche se i due amici si ritroveranno sfatti dal vino, “davanti a una bottiglia ormai finita”.


Un allegrone, il bolognese Claudio Lolli, non lo si può certo dire: nel ’72 ha 22 primavere, o forse meglio inverni, ed è al primo disco, ma sta già covando “Un uomo in crisi (Canzoni di morte, canzoni di vita)” che uscirà l’anno dopo. In copertina si è sostituito a Cristoforo Colombo sulla banconota da cinquemila lire: tiene gli occhi bassi, ha i baffetti e i capelli con l’onda. Insomma, uno strano ragazzo, ma non l’unico: come lui ci sono un coetaneo romano, Mauro Pelosi, che nello stesso anno pubblica “La stagione per morire”, e una miriade di adolescenti che nell’angoscia metropolitana o privatissima di Claudio riconoscono le loro, di angosce. Riconoscere invece di negare: dopotutto è questo che fa Lolli, e d’altro canto - restando nel mondo dei cantautori - non ha forse cantato Giorgio Gaber che “morire e far morire è un’antica usanza che suole aver la gente”? In “Aspettando Godot” si muore e si fa morire (quel “bimbo che faceva il muratore”), ma è un po’ come cercare in fondo alla galleria o nell’umido di un pozzo, magari quello “che specchia la luna”, il senso della vita. E una vita migliore. Per tutti.
Detto questo, “Aspettando Godot” è un’opera prima solo nella forma, perché la sostanza è densa, adulta, matura, come maturi sanno essere certi adolescenti. È denuncia sociale e rivolta interiore, l’inizio di un percorso sofferto che qualche tempo dopo avvicinerà Claudio Lolli alla felicità di quegli “zingari” che in piazza Maggiore a Bologna si rincorrono, fanno l'amore e si rotolano per terra, ubriacandosi “di luna, di vendetta e di guerra”, e gli farà cantare nel ’77 che le strade non vanno mai disoccupate dai sogni.
Ma adesso è ancora presto per il Movimento, Claudio è un po’ solo e aspetta Godot senza sapere chi e quando arriverà. Gli si affianca - ironia della sorte - Marcello Minerbi, un genovese cinquantenne che aveva insegnato a suonare il sax a un certo Luigi Tenco (sì, sì, un altro allegrone) e si era anche divertito un mondo a prendersi e prenderci per i fondelli con la sua creatura più nota: Los Marcellos Ferial. Da “Sei diventata nera” a “Quando la morte avrà” il passo non è breve, ma Minerbi (scomparso nel ’97) è un grande professionista, e aiuta Lolli a dare un po’ di colore a quelle musiche semplici e però mai banali, stando bene attento a non esagerare (oggi lo iscriverebbero d’ufficio al partito dei minimalisti).
Un disco attuale anche a distanza di trenta e passa anni, visto e considerato che i bambini fanno ancora i muratori (oltre alle borse per gli stilisti) e non mancano quelli sempre pronti “a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani”. Nel frattempo, però, Lolli è diventato furbo, e siccome l’ironia non gli ha mai fatto difetto, ogni volta che ripropone dal vivo “Borghesia” aggiunge un “forse” tra “per piccina che tu sia” e “il vento un giorno ti spazzerà via”. Non ha invece bisogno di aggiunte “Michel”: la storia dell’amicizia, dell’“esclusiva tenerezza” che univa il ragazzo italiano e il ragazzo francese vale cento romanzi di formazione scritti da vecchie lenze o “gggiovani” autori pre e post pulp. E quei “due saluti” alla stazione dicono ai nostri occhi e al nostro cuore più e meglio di un film.
 

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