«UP - Peter Gabriel» la recensione di Rockol

Peter Gabriel - UP - la recensione

Recensione del 24 set 2002

La recensione

“Up”, finalmente. Uno ricorda i dieci anni di attesa, di anticipazioni, di rinvii, di indizi frammentari. E quando il nuovo disco “ufficiale” di Peter Gabriel arriva finalmente alle sue orecchie, forgiato da un durissimo processo di selezione che ha modificato ancora una volta la scaletta a poche settimane dalla pubblicazione, si aspetta una rivoluzione: un’opera spartiacque, un oracolo musicale, un nuovo avamposto di poetica e ingegneria sonora. Cose che “Up”, diciamolo subito, non è: o almeno, non risulta essere in superficie.
Non si percepisce, tanto per rinvangare il passato, un balzo artistico e visionario paragonabile a quello che Gabriel spiccò tra “Selling England by the pound” e “The lamb lies down on Broadway”, ai tempi preistorici dei Genesis. O tra il secondo e il terzo album solista, suo capolavoro (a parere di chi scrive) insuperato. “Up” non è il disco più innovativo e più sconvolgente di Gabriel: gli mancano lo scatto felino, le intuizioni e l’immediatezza comunicativa dei primi anni ‘80 (quel matrimonio, ai tempi davvero inaudito, tra Africa nera e hi-tech musicale, quel suono compresso di batteria che ha marchiato a fuoco un intero decennio musicale…). Ma, dalla sua, ha un fervore e una determinazione che al precedente (e già lontanissimo) “Us” facevano difetto: allora, Gabriel aveva cercato la via di mezzo tra “So” e “Passion” senza raggiungere l’immacolata confezione pop del primo né la sofferta densità poetica del secondo. Oggi, “Up” - un disco intricato, difficile, a molteplici strati di lettura e di fruizione - va oltre, ed è encomiabile la noncuranza con cui il suo autore si pone di fronte ai compromessi artistici e di mercato. Pochi, dopo dieci anni di assenza, oserebbero aprire un disco con le trame ossessive di “Darkness”: squarciate senza pietà, come una tela di Fontana, da distorsioni al limite del noise. Chi segue Gabriel da sempre troverà qui molta della mollica musicale da lui disseminata in 30 anni e oltre di carriera. Molto, della carne e dello spirito di cui “Up” si compone, arriva dal passato: la stessa “Darkness” ha un cuore tenebroso che rimanda a “The rhythm of the heat” o a “The family and the fishing net” (quarto album, 1982). Ma in quello e in altri pezzi affiorano anche e con frequenza gli espliciti riferimenti psicanalitici di cui erano zeppi “Us” e il CD-Rom “Eve” (fino al recente “Ovo”), e le ossessioni tipiche del Gabriel paroliere, traumi infantili, paure ataviche, relazioni umane problematiche, morte e riscatto spirituale: quel mondo invisibile che qui scorre sotto l’egida dell’acqua e della luna, i simboli cardine del disco.
C’è un’inflessione lennoniana (“My head sounds like that”), e un gusto melodico che riporta anch’esso indietro nel tempo, ai suoi primi dischi solisti, e con esiti spesso toccanti (l’inciso di “I grieve” è da pelle d’oca). La world music, gli ingredienti etnici e multiculturali assurti a marchio di fabbrica, sono anch’essi presenti. Ma in modo più organico e subliminale, spalmati su canzoni tutte (o quasi) lunghe, dilatate, disturbate da inquietanti interferenze elettroniche (un altro retaggio di lunga data), con un respiro lento e profondo che fa volutamente a pugni coi tempi stretti della programmazione radiofonica e del consumo vorace: ad esempio nei raffinatissimi, e modernissimi, poliritmi di “Growing up” che inglobano probabilmente frammenti di suono registrati in Senegal e sul Rio delle Amazzoni.(mentre Gabriel, ancora in eccellente forma vocale, ha modo di dispiegare la sua intera gamma timbrica).
Torna a galla, persino, il ghigno beffardo dei Genesis di “Get’em out by Friday” (“Foxtrot”, ricordate?) nella cruda e feroce satira sociale di “The Barry Williams Show”, che della vecchia band rispolvera anche certe atmosfere grandguignolesche restituendo a Gabriel un’aggressività che sembrava perduta (bella mossa, quella di sceglierlo come singolo di lancio). E veniamo alle chiacchierate “guest star”, usate con parsimonia e ottima scelta dei ruoli: le possenti voci gospel dei Blind Boys of Alabama e la chitarra bluesy di Peter Green, per esempio, che scaldano l’anima e il cuore di una meravigliosa ballata come “Sky blue” (c’è anche il tocco ambient di Daniel Lanois, e non siamo troppo lontani dal Robbie Robertson “pellerossa” degli ultimi dischi: ma Gabriel da quelle parti ci è arrivato prima). Il contrabbasso di Danny Thompson, che introduce “No way out” sui ritmi inusitati di una bossa-jazz, prima che irrompa un altrettanto inatteso riff chitarristico “vintage” alla Shadows. E l’incredibile voce di Nusrat Fateh Ali Khan, naturalmente, in libera arrampicata su scale musicali ripidissime: uno degli strumenti più dirompenti ascoltati su un disco “pop” dai tempi della Stratocaster di Jimi Hendrix. Il titolo che lo ospita, “Signal to noise”, si segnala anche per un impetuoso crescendo orchestrale, nonché per un pathos e un’audacia compositiva sconosciuti al 99 % del pop contemporaneo. Già solo per questo vien voglia di tenerselo stretto, un disco come “Up”.

(Alfredo Marziano)
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