«DAYBREAKER - Beth Orton» la recensione di Rockol

Beth Orton - DAYBREAKER - la recensione

Recensione del 24 lug 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ecco la definizione del neologismo “Daybreaker”, secondo Beth Orton: “un momento di totale inspirazione, che 'spezza' il corso della giornata e ti trasporta in una sorta di nirvana. Vorrei che la mia musica fosse qualcosa di simile a quei momenti, qualcosa che interrompe il corso degli eventi…” (vedi l'intervista pubblicata nei giorni scorsi da Rockol).
Non manca certo l’ambizione a questa cantante inglese, che giunge al terzo album con questo “Daybreaker”. “Central reservation, il suo predecessore di oltre tre anni fa (1999) era qualcosa di simile a questa definizione: un fulmine a ciel sereno; una voce -“heartbreaker” più che “daybreaker”- distesa su un tappeto tanto tradizionale quanto moderno, diviso com’era l'album tra cantautorato e sperimentazione elettronica.
Legittimo attendersi molto da questa cantante e da questo disco. Perché quella di Beth Orton è una voce che merita di essere conosciuta. Non è un caso che così tanti colleghi si siano innamorati (professionalmente) di lei, da Beck a Ryan Adams, dai Chemical Brothers a William Orbit
. Questo “Daybreaker” è un disco che riprende il discorso là dove il suo predecessore l’aveva lasciato in sospeso: canzoni folk -sulla scia di Nick Drake, per intenderci- si alternano a numeri più sperimentali. Sul primo versante spiccano “God song” (con la presenza di Emmylou Harris), “This one’s gonna bruise”, “Carmella”; sul secondo soprattutto la title-track e “Thinking about tomorrow”: nella prima c’è la mano dei Chemical Brothers (e si sente: Beth aveva spesso partecipato ai dischi del duo, è la prima volta che il favore viene restituito), nella seconda quella di William Orbit (suo mentore fin dagli esordi). In diverse canzoni, e come già nel disco precedente, dietro le quinte c’è Ben Watt, che della fusione tra cantautorato e loop è stato un pioniere con i suoi Everything But The Girl. In mezzo a queste due tendenze, “Daybreaker” presenta anche canzoni più elaborate, segno anche di una maturazione compositiva: il pop-rock del singolo “Concrete sky”, la ballata reggae-bacharachiana di “Anywhere”, gli arrangiamenti “psichedelici” di “Paris train”, tanto per citare qualche esempio.
Forse a “Daybreaker”, in alcuni episodi, manca la forza naif di “Central reservation”; sicuramente è privo di un pezzo assoluto e trainante quale era stato il remix della title track di quell’album (magari vi ricorderete il video, che girò parecchio sulle televisioni locali: una ragazza che cammina per la strada, che facendo indossare un vestito rosso ai passanti li fa ballare). Ma è comunque un disco sospeso tra generi diversi, dotato di una leggerezza che è difficile trovare nella musica oggi gira intorno; e questo è un buon motivo per consigliarvelo.

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