«HARD CANDY - Counting Crows» la recensione di Rockol

Counting Crows - HARD CANDY - la recensione

Recensione del 15 lug 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Una volta si diceva che il terzo disco è quello più difficile ma, aggiungiamo noi, anche il quarto non scherza. Soprattutto se si ha avuto una carriera un po’ altalenante come quella dei Counting Crows. Ovvero: un primo disco, “August and everything after”, fulminante, nei contenuti e nei riscontri di pubblico (ve la ricordate “Mr. Jones”?); un secondo album, “Recovering the satellites”, così così su tutti i fronti; un disco dal vivo doppio, che sembrava una sapiente (o imbarazzata) attesa. Ed un terzo lavoro, “This desert life”, che riportava tutto a casa, ritrovando i binari di un’ispirazione un po’ smarrita in passato e ricollocando il gruppo presso un pubblico non vasto come quello degli esordi, ma comunque fedele e numeroso.
Insomma, a questo “Hard candy” spettava il non facile compito di farci capire se la retta via era davvero ritrovata. Le incognite non erano poche, come l’ennesimo cambio di produttore. Dopo l’ottimo lavoro agli esordi di T Bone Burnett, dopo i pasticci sul secondo disco di Gil Norton, dopo il buon lavoro di David Lowery sul terzo, questa volta toccava al quotatissimo Steve Lillywhite. Una garanzia? Non sempre: un ottimo produttore può rovinare un buon disco, se non è in sintonia il gruppo. E Lillywhite ha lavorato soprattutto con nomi lontani mille miglia dal suono dei Crows: U2, Peter Gabriel, Morrissey. Comunque, la scelta si è rivelata giusta: Lillywhite ha dato una buona mano nell’eliminare uno dei difetti cronici dei Crows, una certa tendenza ad allungare a dismisura le canzoni. In “Hard candy” si nota subito la sintesi (nessuna canzone sfora oltre i 5 minuti), cosa che giova non poco all’esito finale del disco. Che, va detto, è davvero un bel lavoro: le canzoni sono buone, in alcuni casi ottime: spiccano soprattutto il pop rock della byrdsiana title-track o del singolo “American girls” o le ballate “Black and blue”, “Carriage” e “Butterfly in riverse” (co-firmata con Ryan “prezzemolino” Adams). Pure gli arrangiamenti sono notevoli: il gruppo al solito pesca nella tradizione americana più tradizionale - Springsteen, Dylan e giù di lì- ma questa volta non ci sono eccessi di sorta.
Insomma, i Counting Crows non faranno nulla di nuovo, ma lo fanno bene. E hanno sicuramente una marcia in più nella scrittura di Adam Duritz. Basta sentire le parole iniziali del disco (“Certe domeniche di novembre, quando il tempo mi annoia, svuoto gli armadi delle mie estati precedenti, dove avevo nascosto i miei fantasmi”) per capire che a Duritz piace parlare in modo semplice, ma con un taglio narrativo che pochi suoi coetanei hanno. Tutto il disco è centrato sul tema della memoria, e forse la voce di Duritz a tratti può suonare eccessivamente lamentosa. Ma “Hard candy” è comunque un disco più bilanciato delle prove precedenti, sicuramente malinconico, ma comunque non troppo scuro (come per esempio “Recovering the satellites”).
In definitiva, “Hard candy” è il disco della consacrazione per i Counting Crows. Consacrazione non in termini di successo di massa (non venderanno più milioni e milioni di copie, né scriveranno un’altra “Mr. Jones”, per fortuna loro), ma in termini di posizione nel firmamento rock. I Counting Crows si confermano la migliore band di rock tradizionale americano venuta fuori nell’ultimo decennio: molte ne abbiamo viste, molte si sono perse per strada, Duritz e soci sono ancora qui a raccontarci le loro storie.

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