«TREY ANASTASIO - Trey Anastasio» la recensione di Rockol

Trey Anastasio - TREY ANASTASIO - la recensione

Recensione del 17 giu 2002

La recensione

Negli anni ’90 era l’acronimo H.O.R.D.E. (Horizons Of Rock Developing Everywhere) a descrivere, per quanto possibile, le mutazioni in corso nella scena rock americana sulla spinta di una generazione di musicisti impazienti di sconfinare dai limiti che al genere venivano canonicamente imposti. A quell’etica e a quei propositi pochi si sono attenuti nel tempo con la scrupolosità di Trey Anastasio, il genialoide chitarrista-alchimista di suoni che con i Phish ha aperto la strada alla nuova onda montante delle jamband made in USA, un’orda di gente che ama suonare, improvvisare, sperimentare e pubblicar dischi fino allo sfinimento.
Messo in naftalina, chissà fino a quale stagione, il suo popolarissimo quartetto, Anastasio ha già sconcertato molti fan della prima ora con questo suo debutto da solista: o più precisamente da band leader, visto che nell’occasione si è messo alla testa di un’orchestra di ben otto elementi che ha avuto modo di rodare ampiamente dal vivo nel corso dell’ultimo anno. Chi ne ha seguito le gesta attraverso i numerosi concerti che i fan continuano a scambiarsi in formato CD-R o attraverso il Web ritroverà nell’album i suoi nuovi cavalli di battaglia, “liofilizzati” per lo più nel modulo-canzone che il contesto dell’album di studio richiede (e già i Phish erano riusciti egregiamente nell’operazione soprattutto nei loro ultimi dischi, “Billy breathes” e “Farmhouse”).
Qui, l’intenzione dichiarata dell’autore era di costruire la sequenza dei pezzi come una sorta di viaggio mentale e sensoriale in cui l’ascoltatore potesse perdersi piacevolmente. Non è facile, avvertiamo subito, seguirlo fino in fondo attraverso i continui sbalzi di clima e d’umore che il disco propone: ma a differenza di tanti altri musicisti della stessa estrazione, incontenibili dal vivo quanto balbettanti una volta ingabbiati in uno studio di registrazione, Anastasio sa fare buon uso della ricca gamma di colori strumentali messigli a disposizione dal suo ensemble, una camaleontica formazione che di volta in volta richiama alla memoria certe band latin rock o rhythm and blues anni ’70 (i War, i Malo o i Tower of Power, tanto per fare dei nomi), il jazz/funk danzabile della Dirty Dozen Brass Band o persino, a tratti, le eleganti astrazioni sonore di una Penguin Cafè Orchestra. Un’anima nera, torrida e “sudista” prevale nella prima parte del disco, dove Anastasio si dedica allo studio del ritmo (una costante di molte jamband, anche di quelle di matrice più “roots”, di questi tempi) schiacciando deciso il pedale del groove in una ubriacante girandola di sassofoni, trombe, piano jazz, bongos latini e chitarre trattate con vecchi effetti wah wah.
“Alive again” apre le danze (in senso letterale: c’è molto da ballare, in questo disco) immergendosi con leggerezza nei climi tropicali del bossa jazz, e subito dopo si approda al New Orleans Sound di “Cayman review”. Dopo le rasoiate funk-rock di “Night speaks to a woman” (con i backing vocals di Lisa Fisher, corista di fiducia degli Stones: impossibile frenare il piede) gli stacchi, i cambi di tempo e i frenetici fraseggi strumentali di “Push on ‘til the day” ci ricordano che la nuova band di Anastasio è nata per correre e per dare dal vivo il meglio di sé; non bastasse, il concetto viene ribadito da “Last tube”, un vortice tumultuoso e in caduta libera che il basso galoppante di Tony Markellis pilota con autorità tra “grand funk” e free jazz e che funziona come egregia cartolina delle esibizioni “live” dell’orchestra. Ma c’è anche un'anima antitetica a questa in “Trey Anastasio”, in cui si fanno largo le ambizioni compositive dell’autore e un’imprevista inclinazione bucolica e riflessiva. “At the gazebo”, con il suo solenne arrangiamento di ottoni, sembra un omaggio ad Allen Toussaint (Anastasio deve essere rimasto folgorato dalla sua prima partecipazione al festival jazz di New Orleans, nel ‘96), “Ray dawn balloon” è un leggiadro quadretto strumentale con tanto di archi e fingerpicking acustico, mentre tra i flauti e le pigre melodie mattutine di“Flock of words” sembra di scorgere i lineamenti di certo pop californiano anni ’60 ma anche (impressione personale?) la sagoma di un Roger Waters d’annata. Troppa carne al fuoco, come non ha mancato di sottolineare più di un recensore? Anastasio ha magari ancora qualcosa da mettere a punto, nelle tecniche di assemblaggio in studio e nelle performance vocali (la parte più debole del disco), ma intanto confeziona piccole delizie pop per l’estate incombente (“Drifting”), e assicura che con gente come lui gli orizzonti del rock continueranno ad espandersi anche in futuro.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

03. Push on ‘til the day
08. At the gazebo
10. Ray dawn balloon
11. Last tube
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