«AS IF TO NOTHING - Craig Armstrong» la recensione di Rockol

Craig Armstrong - AS IF TO NOTHING - la recensione

Recensione del 27 mag 2002 a cura di Paola Maraone

La recensione

Un cd solitario e corale, tenue e potente assieme: realizzato con l’elettronica ma pensato (prima) con l’anima, da un signore che sembra tranquillo e invece in testa ha un intero universo di suoni. Dopo le colonne sonore di “Romeo & Juliet” e “Moulin rouge”, dopo un paio di album da solista pregevoli (e apprezzati), Craig Armstrong approda a un disco che ricorda la musica industriale di Angelo Badalamenti ma anche quella più sinfonica, tutta archi e aperture melodiche, di gente come Hans Zimmer. In mezzo a questi due nomi, comunque, c’è posto per un intero mondo: Armstrong collabora con Bono in “Stay” (pezzo degli U2 originariamente pubblicato su “Zooropa”), con i Mogwai in “Miracle”, con Photek in “Hymn 2”, con Steven Lindsay in “Let it be love”, costruendo un’architettura sonora complessa e sfaccettata e chiamando in causa il mondo intero o quasi. Chi avesse problemi di autostima o attraversasse fasi, anche passeggere, di depressione farà bene comunque ad evitare l’ascolto di questo disco, peraltro aperto da una canzone che dire inquietante è poco: si intitola “Ruthless gravity”, e in sottofondo è accompagnata da un suono che ricorda il battito del cuore (e che alla fine cessa). E se “Wake up in New York”, il singolo di lancio dell’album, riesce ad assomigliare grazie anche alla voce di Evan Dando a una solida, tradizionale ballad (magari un po’ troppo struggente e triste) con “Miracle” (e la mano dei Mogwai) si torna a un tappeto elettronico punteggiato da un canto acuto, tutto in minore, che evoca il mondo arabo e dolori lontani, quasi primordiali.
“As if to nothing” è un disco interessante e ricco, che si presta a molti livelli di ascolto e di lettura. Un disco trasversale, obliquo, che trova i suoi punti di forza - com’è ovvio - nelle parti strumentali, anche se un eccessivo ricorso agli archi rende l’intera operazione un po’ meno riuscita di quanto potrebbe essere. Un altro punto di debolezza sta proprio nell’eccessivo numero di riferimenti dell’album: a una maggior linearità (essenzialità?) di intenti avrebbe potuto corrispondere anche una maggiore coerenza strutturale. Invece, così com’è “As if to nothing” è simile a un viaggio appassionante ma un poco troppo faticoso, non offre angoli in cui rilassarsi e fermarsi per qualche istante ad ammirare il panorama. Per chi pensa che la musica possa (debba?) essere anche evasione, la cosa potrebbe rappresentare un problema.

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