«BRITNEY - Britney Spears» la recensione di Rockol

Britney Spears - BRITNEY - la recensione

Recensione del 07 dic 2001

La recensione

Riuscirà Britney Spears, ex ragazzina di provincia dal fisico non esile, a difendere la sua immagine di fanciulla angelicata mentre si avvia inesorabilmente verso un’età che non è più - ahilei - quella di Lolita?
Quale delle sue incarnazioni si affannerà a interpretare con maggior ardore pur di non perdere i fan già eccitati all’idea di trovarsi un idolo più giovane, più fresco, più sexy di lei?
Una carriera costruita sull’immagine della seduttrice ragazzina non può durare in eterno. E “Britney”, il terzo album della regina del teen pop, è effettivamente un album di conferma: ma non della conferma che sperava lei. Senza abbandonare il suo modello ideale di canzone, quello tutto gemiti e mugolii (ma come diavolo avrà fatto a impararli così bene? Dice di essere vergine, ma potrebbe tranquillamente doppiare un film hard), la Spears dimostra di essere quello che sospettavamo fosse: una brillante giovane che insegue il successo, con scarsa (o nulla) ispirazione autentica.
Del resto una che a otto anni venderebbe un braccio per andare in tivù è nata, come minimo, ambiziosa. E non manca di dimostrarlo in questo disco: un concept-album su se stessa, in cui portando con sé l’irresistibile ritornello alla “Hit-me-baby” (ricordate l’intonazione?) costruisce tre-brani-tre di quelli “fatti per funzionare”. Il primo è “I’m a slave 4 U” (vagamente evocativo di pratiche sado-maso), il secondo “Let me be”, il terzo “That’s where you take me”. Ecco Britney che canta se stessa, Britney che con mano sicura si dipinge come una ragazza impaziente, ansiosa di crescere, come dichiara anche in “I’m not a girl, not yet a woman”, di cui è coautrice la brava Dido. Poi c’è “Overprotected”, in cui la nostra eroina si dichiara stufa di una vita troppo facile, troppo avvolta dal lusso. E allora che cambiasse, viene da dirle, che andasse a fare un po’ di volontariato. Ma lei no.
In fondo preferisce starsene avvolta nella sua comoda ovatta a incidere un po’ di materiale da classifica (che può funzionare) alternandolo con inutili ballate messe lì giusto per riempire un disco (“When I found you”). E chi se ne frega se fanno schifo.
Dice di essere maturata e che per questo ha partecipato alla stesura dei testi di cinque canzoni: complimenti. E complimenti anche a chi la circonda (Rodney Jerkins, che le fa cantare un’improbabile cover di “I love rock’n’roll”; Rami e Max Martin, già autori dei suoi vecchi successi) e le permette di compiere operazioni come questa, di produrre dischi di gran lusso, pieni di coretti sensuali & perfettamente arrangiati & suoni, anzi groove, che sono “avanti, molto avanti”. Peccato che qui la freschezza, la furbizia, la passione dei tempi di“… Baby one more time” e “Oops!… I did it again” siano praticamente svanite. Come triturate da una Britney che è sempre più “macchina per far soldi”, sempre meno spontanea, sempre meno ispirata. Chi la conosce e le sta vicino probabilmente fa il suo commento. “Not that innocent”, diranno di lei.

(Paola Maraone)
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