«SWING WHEN YOU'RE WINNING - Robbie Williams» la recensione di Rockol

Robbie Williams - SWING WHEN YOU'RE WINNING - la recensione

Recensione del 23 nov 2001

La recensione

Un’operazione di questo genere doveva avere tre requisiti: una grande interpretazione vocale, una big-band come si deve per la parte strumentale e, soprattutto, essere fondata sull’autoironia.
Robbie Williams ha centrato il bersaglio: nel suo annunciato disco di cover Swing, dedicato alle tre leggende Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis Jr., è riuscito a dimostrare di potersi confrontare con i classici della canzone popolare, di sapersi circondare di musicisti d’altri tempi creando un suono attuale e retrò, e di saper fare tutto questo senza prendersi troppo sul serio.
Il solo booklet varrebbe l’acquisto del cd: Robbie posa come “Frankie dagli occhi blu”, in una veste grafica che richiama i vecchi dischi Capitol (l’etichetta per cui Sinatra incise negli anni ’50). E poi la musica: una sequela di classici suonati come Dio comanda (con l’aiuto della London Session Orchestra e di diversi musicisti che già suonarono con Sinatra stesso, come il pianista ultraottantenne Bill Miller). E soprattutto interpretati in maniera inaspettatamente ineccepibile: che l’ex Take That fosse un buon cantante lo si sapeva, ma che sapesse reggere egregiamente il confronto con “Mack The Knife”, “Mr. Bojangles” o “One for my baby” o con brani di Duke Ellington, Nat King Cole, Cole Porter, Gershwin forse l’avrebbero predetto in pochi. Il solo errore è il duetto “virtuale” con Sinatra, in “It was a very good year”; per quanto si tratti di un tributo dichiarato, il risultato è di dubbio gusto, e ovviamente Williams sfigura nel confronto con la profondità vocale del più grande crooner di tutti i tempi.
Insomma, un’operazione azzeccata; Williams si è circondato degli ospiti giusti: oltre allo strombazzatissimo duetto con Nicole Kidman, spiccano quelli con Rupert Everett in “They can’t take that away from me”, con l’attrice Jane Horrocks in “Things”, quello con il comico americano Jon Lovitz in “Well, did you Evah”; meno riuscito quello con l’amico fraterno Jonathan Wilkes in “Me and my shadow”. Ha scelto le canzoni giuste e ha fatto produrre il tutto con stile. Persino l’unico brano originale, l’iniziale “I will talk and Hollywood will listen” non sfigura nella track list. E c’è da scommettere che, oltre a finire in testa alla classifiche natalizie, questo disco farà ricredere in molti sullo spessore del personaggio. Che rimane certo una manna per i giornalisti alla ricerca di gossip musicale, ma che può ora dirsi artista fino in fondo.

(Gianni Sibilla)
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