«CUORI DI VETRO - Ron» la recensione di Rockol

Ron - CUORI DI VETRO - la recensione

Recensione del 21 nov 2001

La recensione

Se siete tra coloro che hanno notato (e apprezzato) gli sforzi compiuti da Rosalino Cellamare per inventarsi, negli anni, sempre qualcosa di nuovo, allora comprate questo disco. Il signor Ron in fondo può offrire qualche garanzia: è da un trentennio sulla piazza. Impegnato sulle prime a farsi notare, poi a costruirsi una credibilità, poi a conquistare il pubblico, poi a convincere i colleghi (anche quelli un po’ puzzoni) del valore della sua musica. E infine (oggi) a chieder loro di scrivere i testi per le sue canzoni.
In “Cuori di vetro”, prodotto da in prima persona dopo la rottura con la Warner, Ron ha pensato alle parole di una sola canzone. Che si intitola, guarda caso, “Le parole (che non ti ho detto mai)”; negli altri nove brani i testi sono opera di Gianluca Grignani, Renzo Zenobi, Pasquale Panella, Carmen Consoli, Francesco De Gregori, Renato Zero, persino Jovanotti. Come abbia convinto ciascuno di loro, se fosse loro amico o se li abbia incontrati per caso e lanciato senza rete la sua “proposta indecente”, non sappiamo. Sta di fatto che ci è riuscito, e ora ha per le mani un intero album scritto da altri.
Il che, a pensarci bene, non è una cattiva idea. Specie se – come in questo caso – gli “altri” non sono gli ultimi arrivati, ma gente che sa il fatto suo. Chiaro, in “Cuori di vetro” ci sono momenti più riusciti, altri meno. E la conditio sine qua non perché vi piaccia è che siate amanti della canzone “all’italiana” del tipo più tradizionale. In quest’album si affaccia infatti, inarrestabile, un gustoso campionario che pesca dal repertorio cantautorale italiano degli ultimi vent’anni. Qui si respirano le note e le atmosfere di Dalla, Concato (che in realtà non ci sono), Zero, De Gregori (che invece hanno contribuito): il tutto mescolato e presentato con garbo, à la Ron.
Spesso si discute sulla creatività degli artisti, sui loro “periodi d’oro”, sul fatto che più presto che tardi siano tutti condannati ad arrivare al capolinea, incapaci di comporre “roba buona” fino a età avanzata come fecero Beethoven e pochi altri. In questo contesto l’idea di Ron sembra ancora più buona: perché non fare, per una volta, un vero lavoro di squadra affidando idee e emozioni a parolieri famosi, fecondi, fortunati?
Così, rispetto a un disco “medio”, questo parte in chiaro vantaggio. E’ chiaro che il gioco non si può ripetere all’infinito e che la prossima volta Ron dovrà pensare a qualcosa di nuovo. Però al momento l’esperimento funziona, e la varietà (inevitabile) di “Cuori di vetro” è un punto di forza, non di debolezza.
Certi giochi di parole ai confini della realtà servono anche a sdrammatizzare il vecchio Ron. In “Cuori in città” Gianluca Grignani scrive: “Voglio passare con te il week-end su una duna/ Dentro un deserto di guai e portafortuna”. Tutto, fuorché convenzionale. E Carmen Consoli fa sentire la sua voce in “Cambio stagione”: “Dicembre cordiale e insolito ritorna/ Dando vita all’improvvisa urgenza di cambiamento”. Più tradizionale l’approccio di Francesco De Gregori, “minimal” l’intervento di Jovanotti: “Un giorno ma chissà quando, ti rivedrò/ Col naso ti sposterò i capelli”.
Ma il più giocoso e genialoide è (c’era da attenderselo) quello di Pasquale Panella, che in “Le cose che pensano” (non è un inedito: le musiche sono di Lucio Battisti, che la interpretò nel suo periodo meno "popolare”) scrive: “Sul bordo m’affacciai d’abissi belli assai/ Su un dolce tedio a sdraio amore ti ignorai/ Invece costeggiai il lungo mai”.

(Paola Maraone)
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