«WHATEVER GETS YOU THROUGH THE DAY - Lighthouse Family» la recensione di Rockol

Lighthouse Family - WHATEVER GETS YOU THROUGH THE DAY - la recensione

Recensione del 20 nov 2001 a cura di Diego Ancordi

La recensione

Questo terzo album della Lighthouse Family, ovvero il duo Paul Tucker & Tunde Baiyewu, giunge dopo quattro anni di assenza da mercato discografico e mette a punto quanto finora espresso nei precedenti lavori, definendone meglio la personalità.
Il duo di Newcastle dimostra che la sua visione della black music si discosta nella sostanza dalla maggior parte delle produzioni cosiddette “nu soul”, che di soul, a parte una verniciatura esterna, non hanno granchè. Certo, anche lo stile pop della Lighthouse Family è morbido e abbastanza patinato, ma apre a soluzioni diverse badando più alla sostanza che alla rifinitura, senza nulla perdere nella qualità della produzione. L’apertura morbida di “Run”, pur con fiati e archi in abbondanza (presenti in tutto il disco), riesce a non essere stucchevole grazie a una melodia che ricorda quelle dei R.E.M. su un giro di basso alla Marvin Gaye. E su questa filosofia si sviluppa l’intero album, dalla ritmica dance sostenuta da una chitarra funky in “Happy”, ai cori con i violini in sottofondo della struggente “End of the sky”, al lento incedere latineggiante di “Life’s a dream”, alla ballata “cool” con tanto di solo di tromba “You’re a star”, alla dolcezza di “You always want what you haven’t got”, fino alla ritmica più marcata di “Wish”, ornata da una chitarra slide a introdurre e chiudere l’apertura del bellissimo ritornello.
“Whatever gets you through the day” è un disco malinconico, a tratti triste; i titoli delle canzoni paiono contenere felicità, ma esprimono solo sogni. La morbidezza pop di Tucker e Baiyewu non dimentica di appartenere a semplici canzoni, ma tiene molto a rimanere con i piedi per terra, raccontando sogni e non illusioni. C’è una forte presenza degli archi nell’album, ma arrangiati con un gusto essenziale e mai invadente o eccessivamente mieloso, sempre controbilanciato da giuste dinamiche o da qualche altro strumento; su tutto la voce nera ed espressiva di Tunde. I contenuti sono inoltre arricchiti da un medley fra “(I wish I knew how it would feel to be) Free” di Nina Simone, divenuta negli anni a cavallo fra i ’60 e i ’70 una sorta di inno per i diritti dei neri, e una versione gospel di “One” degli U2. Le composizioni e gli arrangiamenti di Paul Tucker si avvalgono dunque delle notevoli doti interpretative della voce di Tunde Baiyewu, oltre che di una buona dose di astuzia e di mestiere, per aprire nuove prospettive al soul-pop filtrandolo attraverso una visione ad ampio spettro della musica di ieri e di oggi.

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