«BEAUTIFUL CREATURES - Beautiful Creatures» la recensione di Rockol

Beautiful Creatures - BEAUTIFUL CREATURES - la recensione

Recensione del 11 gen 2002

La recensione

Lo sleazy rock’n’roll sfrontato, lascivo e politicamente scorretto sta tornando a far proseliti. Soltanto qualche anno fa, la band che avesse osato presentarsi sul palco con un lustrino di troppo, una traccia di eyeliner o con un vago accenno di chioma cotonata, sarebbe stata cacciata a suon di insulti come un fenomeno da baraccone, come una bizzarra creatura ormai fuori tempo massimo. Ma era scontato che, prima o poi, nei corsi e ricorsi storici del rock’n’roll, anche il glamour riconquistasse la propria vacillante dignità. Oggi quelle strane creature, a lungo nascoste tra le pieghe sgualcite e un po’ stantie del grunge, si sono riappropriate dei riflettori e, rinvigorite da una dose massiccia del proverbiale esibizionismo, si fanno chiamare Backyard Babies, Buckcherry, Hardcore Superstar e – naturalmente – Beautiful Creatures.
Benché probabilmente ai più il nome di Joe LeSte dica poco o niente, i rocker incalliti ricordano bene quando, alla fine degli anni ottanta, prestava la sua ugola sguaiata agli esuberanti Bang Tango. Sbaglierebbe però chi pensasse ai Beautiful Creatures come ad una semplice operazione di nostalgia. Pur recuperando l’energica e spontanea vena melodica dello street metal tra L.A. Guns, Guns N’ Roses e gli stessi Bang Tango, LeSte e le sue meravigliose creature mirano dritto a riaccendere l’energia pura, grezza e senza tempo del rock’n’roll più selvatico, andando a ripescare i riff sporchi e sudati dei Rolling Stones, dei Led Zeppelin e degli Aerosmith. Mescolandoli poi generosamente a melodie trascinanti e di presa immediata, punteggiate da cori irresistibili e intrise di torridi assoli heavy metal, eccitanti e un po’ ruffiani. In quale direzione puntino i Beautiful Creatures – aiutati dall’abile mano del produttore Sean Beavan - si intuisce subito dall’incalzante riff di “1 A.M.”, incendiaria e potente apertura di questo omonimo debutto, che introduce l’esplosivo metallo stradaiolo di “Wasted”, potenziale hit-single assemblato intorno ai duttili equilibrismi vocali di LeSte. Ma potremmo citare tranquillamente anche le granitiche “Kick out” e “Kickin’ for days”, spinte a pieno regime dalla sezione ritmica quadrata e pesante di Kenny Kweens e Glen Sobel o gli “scontri” chitarristici di DJ Ashba e Anthony Focx all’interno delle devastanti e selvagge “Goin’ off” e “Ride” per darvi l’idea dell’energia che scorre tra questi solchi. Ce n’è per tutti i gusti, a dimostrazione che il rock’n’roll, quando è ispirato, è davvero il miglior antidoto alla noia e di gran lunga la sostanza eccitante più efficace. A smorzare di un soffio la tensione, sempre pericolosamente a livello di guardia, ci pensano le classiche ballate, intense ed inquiete, dalla rarefatta e crepuscolare “Wish” con i suoi arpeggiati chiaroscurali, alla ben carburata “New Orleans”, sfuggente affresco della decadenza a tinte forti. La conclusiva “I got it all”, incandescente e deragliante come gli AC/DC messi su un ring a fronteggiare i Kiss, suggella il disco con una scarica elettrica ad alto voltaggio, stampando a caratteri di fuoco il nome dei Beautiful Creatures nel cuore tenero dei glamster così come in quello al titanio dei metallari più ortodossi. Dopo aver a lungo indossato camicie di flanella, il rock’n’roll più genuino, viscerale e trasgressivo torna a coprirsi di cuoio e mascara.

(Stefania V. De Lorenzi)
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