«LOVE MAKES THE WORLD - Carole King» la recensione di Rockol

Carole King - LOVE MAKES THE WORLD - la recensione

Recensione del 10 gen 2002

La recensione

Nessuno (o quasi) se lo aspettava, e invece "Love makes the world" è un buon disco, di quelli che in qualche modo riescono a riconciliarti con il mondo della musica. Dopo un decennio di pellegrinaggi quasi inutili tra etichette indipendenti, dopo anni, tutto sommato, di buio (se si eccettua il live del 1996) Carole King si conferma eccezionale autrice e straordinaria interprete. Viene da chiedersi da dove abbia preso l'ispirazione per quest'album una donna di quasi sessant’anni, tagliata fuori dal music-biz (che corre, corre, e non aspetta nessuno), che vive da lungo tempo in splendido isolamento in un minuscolo villaggio di montagna. Sebbene non raggiunga gli altissimi livelli di "Tapestry" o "Music", “Love makes the world” resta un'ottima prova. Un disco caldo, armonioso ed equilibrato: un lavoro - cosa rara - onesto e sincero. Intendiamoci: niente di ultramoderno, qua dentro. Anzi, sembra che Carole King abbia portato le lancette dell'orologio indietro di venticinque anni, e abbia deciso di tornare a cimentarsi con quello che le riusciva meglio: le ballad romantiche, le canzoni d'amore che strappano il cuore e allo stesso tempo sono in grado di restituirti la voglia di vivere. Tra gli altri brani, è interessante il secondo rifacimento di "Oh no, not my baby", una canzone scritta una prima volta dalla King e da Goffin negli anni '60, e che era già stata reincisa in "Pearls", del 1980. Questa "reprise" mostra tutta l'attualità di un brano che, a dispetto dell'età, è ancora gradevole ed efficace. Un plauso speciale poi va a "I wasn't gonna fall in love", con un ritornello davvero molto intenso e la splendida tromba solista di Wynton Marsalis. A proposito: “Love makes the world” può contare su parecchi ospiti illustri. E’ come se la King avesse voluto cautelarsi, circondandosi di colleghi apprezzati per evitare un tonfo “in solitaria”: in realtà il disco dimostra di essere autosufficiente, al punto da fare risultare quasi superflui gli interventi di special guest come k.d. lang o Baby Face. Di una cosa c'è da esser certi: la presenza di Celine Dion in una delle canzoni ("The reason") è fin troppo pesante, e la King quasi scompare dietro di lei, il che è un vero peccato. I brani migliori restano comunque quelli in cui gli arrangiamenti sono ridotti al minimo, e la voce di Carole, sensuale, ammaliante e senza tempo, è davvero in primo piano. Due esempi su tutti: "This time" e "Safe again".

(Paola Maraone)
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