«TWISTED FOREVER - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - TWISTED FOREVER - la recensione

Recensione del 07 nov 2001

La recensione

New York ha sempre nutrito un affetto particolare per le band rumorose, eccessive, oltraggiose e provocatorie. Non per niente è la città che, nei primi anni settanta, ha visto brillare la fugace stella dei leggendari New York Dolls e, qualche anno più tardi, ha assistito all’iperbolica esplosione dei Kiss. Solo lungo le sue strade folli e caotiche avrebbe potuto crescere il mostro Twisted Sister, sintesi spettacolare e terrificante di grezzissimo rock’n’roll, heavy metal incendiario e teatralità grandguignolesca, legata in modo inscindibile alla chioma platinata e “truciolosa” dell’istrionico cantante Dee Snider, vero animale da palcoscenico.
Miscelando in un cocktail altamente esplosivo canzoni violentissime e ultra accellerate, riff vulcanici e morbide ballate dai toni intensi e struggenti i Twisted Sister si guadagnarono la stima incondizionata dei metal kid di tutto il pianeta. Grazie a memorabili inni al rock’n’roll più sguaiato e sanguigno affascinarono non poco anche una folta schiera di glamster e di semplici fanatici del r’n’r sparato nell’etere a volumi da infarto. Lo dimostra senza timore di smentita questo album tributo che raccoglie tra le sue fila personaggi di varia estrazione musicale che, per loro stessa ammissione, ieri come oggi, sono stati soggiogati dall’incontenibile energia liberata da album ormai classici quali il torrido “Under the blade” e l’altrettanto travolgente “Stay hungry”. Anche se dopo le prime vigorose prove la band finirà per standardizzarsi sulle coordinate di un heavy rock’n’roll sempre selvaggio ma un po’ ripetitivo, per un certo periodo i Twisted Sister sono stati delle stelle di prima grandezza.
Sembrano essersene accorti anche i ben più giovani pop punker Lit, che omaggiano Snider e compagni con una grintosa versione di “I wanna rock”, perfetto esempio di inno inter-generazionale, o gli insospettabili guru dello stoner rock Fu Manchu, che ci offrono un’acida e fumosa rivisitazione di “Ride to live (live to ride)”. Meno a fuoco, anche se indubbiamente fantasiose, le divagazioni rap di Chuck D dei Public Enemy sulle note di “Wake up the sleeping giant” o “The fire still burns”, pressoché irriconoscibile dopo il “trattamento” alla Cradle Of Filth. Sicuramente più in sintonia con lo spirito originale delle canzoni, per attitudine e potenza, i Motörhead dell’inossidabile Lemmy, che si trovano particolarmente a proprio agio sulle note di “Shoot ‘em down”, i Nashville Pussy di “The kids are back” o la rock’n’roll lady per eccellenza, Joan Jett, che ci regala uno dei pezzi più riusciti, la sempre trascinante “We’re not gonna take it”. Altrettanto cariche di devastante energia primordiale le incursioni nei territori del nu-metal con “Don’t let me down” da parte dei newyorchesi Vision Of Disorder e “Burn in hell” degli Step Kings. A chiudere la partita, infine, accanto alle presenze più “ortodosse” – ma non per questo meno efficaci – dei paladini del thrash metal nonchè concittadini Anthrax e Overkill, ci sono gli stessi Twisted Sister che si auto-celebrano in una generosa versione di “Sin city” degli AC/CD. Mostri che incontrano altri mostri.

(Stefania V. De Lorenzi)
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