«LENNY - Lenny Kravitz» la recensione di Rockol

Lenny Kravitz - LENNY - la recensione

Recensione del 06 nov 2001 a cura di Diego Ancordi

La recensione

Eccoci finalmente alle prese con l’attesissimo nuovo album di Lenny Kravitz, dopo la pausa riempita con gli 8 milioni di copie vendute della raccolta “Greatest hits”. Tre anni dopo "5", l’artista americano torna ad essere un po’ più graffiante, regalandoci (si fa per dire, con quello che costano i CD) un album che piace ma lascia un retrogusto strano, come se fra gli ingredienti del cocktail ci fosse qualcosa che stona.
Kravitz ha sempre imposto una certa autonomia nella sua produzione, ma ora che è una rockstar di portata mondiale può permettersi di fare tutto da solo: se ne va in un’isoletta delle Bahamas a raccogliere le idee e le sviluppa poi a Miami nei nuovissimi Roxie Studios di sua proprietà, facendo da autore, arrangiatore, esecutore (suona praticamente tutto lui) e produttore. Ma se come autore, cantante e chitarrista, continua ad essere una forza, forse non convince del tutto in veste di produttore.
”Lenny” fa sussultare subito con l’introduttiva “Battlefield of love”, un rockaccio funkeggiante con una chitarra anni ’70 che vomita riff irresistibili. Un classico brano del miglior Kravitz, così come il seguente “If I could fall”, ammorbidito però da un accompagnamento di chitarra acustica. Sulla chitarra acustica si basa anche la terza traccia, “Yesterday is gone”, bella ballata a metà fra Beatles e southern rock. Altra strepitosa ballad elettroacustica (“Stilness of heart”) e poi arriva un pugno nello stomaco con “Believe in me”, un lento con tappeto di violini, molto suggestivo ma inspiegabilmente massacrato da una ritmica elettronica delirante che rende pressochè inascoltabile una canzone di per sé molto romantica. Languida, torbida, sinuosa e “princeiana”, “Pay to play” risolleva il morale. Anche qui la ritmica è elettronica, ma i loop sono decisamente più gustosi. “A million miles away” è un lentone da struscio, mentre “God save us all” supporta belle aperture melodiche con una ritmica rock-blues tesa ed essenziale. Più classicamente pop-rock “Dig in”, mentre “You were in my heart” è un’altra mezza caduta di stile per via di un uso di tastiere un po’ anni ’80 (che in certi momenti ricordano “Baba O’Riley” degli Who, ma è solo una coincidenza). Poi, di nuovo via ai riffoni di chitarra con la zeppeliniana “Bank robber man”, per chiudere con un’altra ballatona “à la Kravitz”, “Let’s get high”.
In sostanza, “Lenny” è un album in cui Kravitz si mette a nudo completamente, anche grazie a dei testi molto introspettivi; gli va dato atto innanzitutto della sua consueta sincerità, per quando condita da un po’ di narcisismo (che comunque fa parte del personaggio - basta guardare le foto interne sulle copertine dei suoi dischi per rendersene conto). Magari gli andrebbe affiancato un buon produttore. Ma si tratta comunque di cercare il pelo nell’uovo, perché se la media qualitativa dei prodotti che affollano il mercato discografico si attestasse a questo livello, si respirerebbe tutta un’altra aria. “Lenny” è un bel disco e il suo autore è uno dei migliori sulla piazza. Il suo stile stona però in occasione di sperimentalismi sonori fuori luogo e là dove c’è un pizzico di elettronica di troppo. Lenny Kravitz è un grande rocker e le sue splendide canzoni rendono al 100% se suonate dall’inizio alla fine con strumenti veri (possibilmente vintage); ce lo dimostrerà lui stesso quando le eseguirà dal vivo durante il prossimo tour.

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