«SONGS IN RED AND GRAY - Suzanne Vega» la recensione di Rockol

Suzanne Vega - SONGS IN RED AND GRAY - la recensione

Recensione del 27 set 2001 a cura di Luca Bernini

La recensione

Pochi artisti possono dire, come Suzanne Vega, di avere avuto tutto e averlo avuto subito. La ragazza del Village era una star affermata a poche settimane di distanza dall’uscita del suo primo album (anno di grazia 1985) grazie a una bella canzone come “Marlene on the wall”, alla sua frangetta fuori tempo - ripescata anni dopo con grande classe da Cristina Donà credo per una sorta di omaggio inconscio - e a una voce e un viso che emanavano purezza e poesia. “Solitude standing”, il seguito discografico arrivato nel 1987, aveva detto il resto, con “Luka” e “Tom’s diner” (hit futuro grazie a un remix dei DNA) a spiccare sugli altri brani. Da lì in poi potremmo dire, con il cinismo proprio della nostra categoria, che non sia più successo niente o quasi, almeno in Italia. Dal terzo album, infatti, la supernova Suzanne Vega è stata ricondotta nell’alveo delle stelle di prima grandezza, celebrate e seguite da un pubblico di discrete dimensioni, ma lontane dall’essere il centro dell’ attenzione che suscitavano fino all’anno prima. Calo di ispirazione? Iperboliche sperimentazioni? Scelte personali? Niente di tutto questo, a prima vista: forse soltanto l’onda di ritorno di un fenomeno - quello delle “ragazze con la chitarra” o più in generale delle nuove cantautrici - che era partito in tromba e che, semplicemente, dopo qualche anno sembrava aver fatto il suo tempo. E forse non è un caso se una sorte simile è toccata anche ad alcune sue colleghe dall’esordio stellare: Tracy Chapman, per dirne una, o Julia Fordham, Sarah MacLachlan, o Toni Childs. La Suzanne Vega moglie e madre di famiglia di “Songs in red and grey” è talentosa narratrice in versi - come ha dimostrato anche la recente raccolta di testi e racconti intitolata “Solitude standing” uscita per la Minimum Fax - e sapiente costruttrice di canzoni, ambientate in contesti musicali che sembrano ormai lontani dalle asperità sonore di “99.9° F”, ma piuttosto orientati a congiungere l’acoustic folk del Village, sua prima ispirazione, con il resto del mondo musicale che può interessare Suzanne: gli archi, qualche linea di basso avvincente, ritmiche sfiorate e poi più sostenute, ambientazioni vuote nelle quali far galleggiare la sua voce. Le sue sono canzoni di una nitidezza esemplare, immagini di una telecamera che gira lentamente in una stanza, mettendo a fuoco oggetti, volti, profili, sensazioni. C’è qualcosa di fortemente visivo che la sua voce emana, forse sta nel suo modo di scandire le parole, di rendere ogni testo un racconto, capace di comunicare immediatamente il tono generale a chi ascolta. A pensarci non è una cosa così comune. Eppure c’è poco in questo album, eccezion fatta proprio per questa concentrazione della narrazione, che lo farà risultare diverso dai suoi precedenti. E che potrà restituire a Suzanne Vega la sua patente di star, ammesso che ancora le interessi. A chi l’ ha amata molto negli anni ’80 “Songs in red and grey” potrà piacere, ma di certo non sorprendere. A voi decidere se è un bene o un male.

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