«A CAMP - A Camp» la recensione di Rockol

A Camp - A CAMP - la recensione

Recensione del 26 set 2001

La recensione

A voler essere maligni uno potrebbe dire: Nina Persson ha cambiato nome alla sua band per registrare un disco che potrebbe anche andar male. Così, se fa schifo, lei torna ai Cardigans e nessuno si ricorda nulla.
Il fatto è che “A Camp” non fa schifo, anzi. Raccontano i componenti del gruppo che il nome nasce (anche) dal fatto che durante la fase di composizione e registrazione dell’album tutti vivevano assieme 24 ore su 24, dormendo in scomode brandine, “proprio come in un accampamento”.
Bene, da questa insolita simbiosi (“La mia famiglia musicale è importante quanto la mia famiglia biologica”, è arrivata a dire Nina Persson) è uscito un album che vale la pena di ascoltare. Quattordici canzoni malinconiche come possono essere solo quelle di un gruppo nordico, con qualche sfumatura country ad addolcire un sottofondo di saldo rock, e molti (moltissimi?) spunti di riflessione. Il primo su tutti è che qualcuno ha detto che Mark Linkous degli Sparklehorse è un genio, e la cosa pare sorprendentemente vicina al vero. Qui lui lavora come produttore, e la sua mano si sente: semplificando enormemente si potrebbe dire che “A camp” è tutto fuorché un lavoro da pivelli. La seconda osservazione è che Nina Persson sa usare la sua voce. Che a tratti sembra venire da un posto tremendamente lontano per quanto è flebile, a tratti guida con maggior decisione un sottofondo sonoro comunque mai troppo prepotente.
Si comincia con la sognante “Frequent flyer”, riflessione piuttosto triste sulla cronica incapacità di prendere impegni (sentimentali e no). Poi arriva “I can buy you”, ammorbidita dal violino, sullo stesso filone: se non posso conquistarti, ti comprerò. “Such a bad comedown” è una ballata d’altri tempi accompagnata dal battito vagamente ossessivo di un metronomo. Più avanti s’incappa in “Song for the leftovers”, dove i resti non sono quelli del cibo avanzato da una festa ma quelli, più crudelmente umani, di amanti tristi e irrimediabilmente soli. E, c’è “Hard as a stone”, un rock ipnotico e claustrofobico con un sax che urla più che suonare. “The same old song”, dal titolo evocativo, ha quest’aria di blues consolatorio, ma troppo dolce per essere vero; all’estremità opposta dello spettro c’è “The oddness of the Lord”, un brano accompagnato da pulsazioni che sembrano venire da sottoterra, che parla degli strani metodi scelti dal Signore: più attuale che mai in questi tempi di guerre che si autodefiniscono sante. Ancora avanti, “Bluest eyes in Texas” è tratta dalla colonna sonora di “Boys don’t cry”, mentre “Rock’n’roll ghost” è la bella cover di una canzone (altrettanto bella) di Paul Westenberg. “Algebra” invece è più solare ed estiva, e non avrebbe stonato su una spiaggia o in radio. Abbiamo già detto che quest’album è bello? Unica avvertenza: non ascoltarlo se si è di umore troppo cupo, a meno che non si voglia scivolare ancora più in giù.


(Paola Maraone)
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