«NATURAL HISTORY - I Am Kloot» la recensione di Rockol

I Am Kloot - NATURAL HISTORY - la recensione

Recensione del 26 giu 2001

La recensione

Ormai è un dato di fatto da accettare passivamente, come quasi tutto ciò che proviene d’Oltremanica. Da quando, in Inghilterra, è stata forgiata la definizione di “New Acoustic Movement”, il mondo si è improvvisamente popolato di gruppi che hanno fatto degli strumenti rigorosamente acustici una fede. O, per non rivoltare la frittata malamente, il contenitore creato appositamente dalla stampa, è stato utile per raccogliere tutto ciò che non rientrava altrove. E così, dopo il capostipite Badly Drawn Boy che, guarda il caso, proviene dalla stessa città degli I Am Kloot (Manchester), altri gruppi come Lowgold, Doves o Elbow (che, difatti, figurano anche nei ringraziamenti nel libretto del CD), hanno colonizzato le pagine delle riviste di musica alternativa di mezza Europa. Voci dilatate, batterie dal suono pieno e caldo, slide guitar, cori lontani e sussurrati e influenze che riportano molto indietro, direttamente alle radici del folk inglese. Non è difficile infatti captare un’aura generale retrò nelle musiche rilassate degli I Am Kloot, sebbene non vengano alla mente specifici esempi, forse perché i suoni sono stati filtrati pesantemente dopo anni e anni di spunti rubati. A volte, ascoltando questa “nuova” musica acustica, si ha quasi l’impressione che i giovani gruppi abbiano guardato più ai colleghi attuali piuttosto che direttamente alla fonte primaria della loro ispirazione. E, mentre l’ascoltatore viene costantemente cullato da una mescolanza di ritmi che al tatto potrebbero risultare freschi e morbidi quanto della seta, a metà strada tra la spensieratezza (“Morning rain” o “Bigger wheels”) e la tiepida malinconia (il già pubblicato singolo “Twist” che include l’ormai leggendaria frase “There’s blood on your legs, I love you”, o “No fear of falling”, che fin dal titolo potrebbe rientrare nelle composizioni del “Bewilderbeast” Badly Drawn Boy), la voce di John Bramwell, incredibilmente rassomigliante a quella rauca e nasale dell’ultimo John Lennon, è accompagnata da leggeri e sfilacciati, seppur solidi, strati di chitarre. Dopo “il ragazzo mal disegnato”, anche quelli che si sentono “coglioni”. E che, dal basso dei tre clochard raffiguranti nel dipinto iperrealista in copertina, seduti in una sporca e polverosa strada di periferia, ci osservano beffardi.

(Valeria Rusconi)
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