«OUTROSPECTIVE - Faithless» la recensione di Rockol

Faithless - OUTROSPECTIVE - la recensione

Recensione del 20 giu 2001

La recensione

Eravamo abituati ad un’immagine un po’ stereotipata dei Faithless, specie dopo l’esplosione di “Sunday 8PM” nelle classifiche. Il mantra “God is a DJ” aveva fatto parlare (spesso a sproposito) non poco, ed aveva contribuito a bollare la band di Sister Bliss e Maxi Jazz come fenomeno da rave-baraccone. In realtà, ciò che si evince ascoltando “Outrospective”, è come i Faithless siano in realtà un “gruppo” vero e proprio, non un semplice progetto “elettronico”: oltretutto, chi pensava alla band imparentata con Dido (presente come ospite nella traccia “One step to far”) come ad una sorta di collettivo di DJ dediti alla dance tout court rimarrà piacevolmente (o spiacevolmente, a seconda dei gusti) sorpreso. Certo, il singolo “We come one” verrà probabilmente assunto ad anthem da dancefloor di qui ai prossimi mesi, ma che dire di “Not enuff love”, quasi in apertura, che spezza i ritmi frenetici offrendo un ottimo esempio di trip hop contaminato, o dalle bellissime “Crazy English summer” e “Evergreen”, dagli arrangiamenti delicati e dalle bellissimae lineae vocali femminili, o ancora dal funky futurista di “Muhammad Alì? Ecco il punto focale della faccenda, quindi: che “Outrospective” significhi “introspezione dall’esterno”? Sicuramente questo è un album più meditato, meno ossessivo e “danzereccio” rispetto a “Sunday 8PM” ma, forse, più profondo: un possibile indizio a favore consisterebbe nella miglior riuscita degli episodi meno dance-oriented in favore di brani più lenti ma di sicura presa (la stessa “One step too far”, per esempio: discomusic stranita e al rallentatore). Occorre inoltre considerare come le sonorità si siano spinte “oltre” il solito synth: la peculiarità di questo album consiste essenzialmente nel lavoro fatto su beat e riff, sugli incastri di groove e break che danno quel “gap” – così lo chiama Maxi Jazz – che da’ al pezzo il tiro giusto e che evita la piattezza tipica di troppe suite elettroniche. Il segreto è tutto lì, in quell’indefinibile tocco che rende la canzone diversa e unica, come ben sapevano i grandi della black music: e, con ogni probabilità, “God is not just a DJ”.

(Davide Poliani)
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