«SCONCERTO - Mina» la recensione di Rockol

Mina - SCONCERTO - la recensione

Recensione del 19 giu 2001

La recensione

Mina che canta brani di Modugno: ovvero il metro di paragone per eccellenza della vocalità femminile in Italia che interpreta pezzi dell’autore che ha compiuto la prima piccola grande rivoluzione nella nostra canzone; e, per di più, li canta in studio ma dal vivo (cos’è, una tentazione?). Mica bazzecole. Forse si è stufata di timbrare il cartellino Mina. Può anche darsi abbia riacquistato quella voglia di cambiare che artisticamente le era passata da tempo.
Le presentazioni spiegano che questo album va inteso come un lavoro di una band dove Mina è solo la cantante. E allora citiamola questa band: al piano Danilo Rea, al basso Massimo Moriconi, alla batteria Alfredo Golino, alla chitarra Sandro Gibellini, alle percussioni Daniele Di Gregorio, alla tromba Franco Ambrosetti, e, da evidenziare, anche l’apporto di Andrea Braido alle chitarre, di Daniele Di Gregorio alle percussioni e di Franco Ambrosetti al flicorno, mentre gli archi sono diretti da Gianni Ferrio.
Inevitabile parlare del libretto che accompagna il CD. Il fatto insolito è che è pieno zeppo di foto: Mina che canta, Mina che fuma, Mina che ride, Mina con gli occhi chiusi, Mina sfocata, Mina che, addirittura, guarda l’obbiettivo del fotografo. Praticamente non è un libretto ma un album fotografico. Ma lei pare quasi irreale. Si fa invece reale quando canta, squadernando la voce in tutte le sue possibilità. Modugno viene ripreso urlando, scherzando, ma più spesso ancora sussurrando, smorzando. Ci dà dentro Mina, ci danno dentro i musicisti. E le ineccepibili qualità vocali, gli eccelsi ghirigori, la qualità della band, hanno un certo trasporto che permette di superare quella freddezza di fondo che aveva caratterizzato molti dei dischi degli ultimi decenni. L’incanto che sta attorno e prima e dopo le canzoni, qui spesso (anche se non sempre), ci finisce anche dentro. Da segnalare ad esempio l’ottima resa del trittico iniziale. L’apertura con “Tu sì 'na cosa grande” e poi anche “Pasqualino Marajà” (in cui le scappa pure da ridere), due brani esuberanti, liberi, mentre in “Resta cu' mme” si rallenta e ci si appoggia sulle spazzole della batteria, con la voce che si muove tra salite, discese e curve affrontate con scioltezza. In “La donna riccia” va sottolineato lo sforzo riuscito di cantare in un dialetto difficile come il siciliano, utilizzando per di più un fraseggio molto veloce. “Come hai fatto”, posata su un tappeto di archi, è particolarmente intima e toccante. “La lontananza” (con testo, va ricordato, di Enrica Bonaccorti, proprio lei) viene sottoposta a trattamenti a base di bossa-nova e Mina pare quasi assumere la vocalità della Vanoni. Messa alla fine “Volare” è appena un accenno: la canzone si ferma al primo ritornello (cantato in coro anche dai musicisti) bloccandosi proprio alla parola “volare”. Come un’ultima mezza pennellata su un dipinto già concluso.

(Francesco Casale)
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