«DROPS OF JUPITER - Train» la recensione di Rockol

Train - DROPS OF JUPITER - la recensione

Recensione del 18 giu 2001

La recensione

Chi avesse ascoltato alla radio la title track di questo disco, per caso e senza conoscerne l’autore, potrebbe essersi chiesto se fossero tornati i Counting Crows. La voce sofferta e il piano (quello di un ospite, il grande Chuck Leavell) sono un marchio di fabbrica della band di Adam Duritz e soci, sicuramente tra i migliori interpreti del rock americano tradizionale emersi nell’ultimo decennio. Invece no: la bella “Drops of Jupiter” è opera dei Train, gruppo di San Francisco, alla seconda prova. E i paragoni con i Counting Crows si fermano qua. Perché il disco rimanda più a quei gruppi pop-rock che hanno avuto alterne fortune negli ultimi anni, come Toad the wet sprocket, Matchbox 20 e Wallflowers. Rock, insomma, con tante chitarre e tanta melodia.
Ci si chiederà quale possa essere l’utilità di un disco del genere in un mercato come quello americano, dominato dal nu-metal o dal pop. Nessuna, forse. I Train non hanno sicuramente la forza e l’originalità di altri loro colleghi che diedero uno scossone allo stesso music business qualche anno fa, quando era ancora possibile farlo. Eppure, questo disco scorre via piacevole, tra ballad e brani più tirati, tra citazioni (quel “When I get that feeling” messo in testa ad una strofa di “It’s about you” rimanda troppo a Marvin Gaye per non notarlo) e soluzioni più originali (la conclusiva e delicata “Mississippi”).
Insomma “Drops of Jupiter” non è il disco che rinnoverà un genere o scuoterà la storia del rock, ma non è neanche l’ennesimo sottoprodotto di seconda mano del mercatino frequentato dai figli di Dylan e Springsteen. E’ un disco con delle belle canzoni, forse un po’ già sentite, ma comunque ben scritte e ben suonate. Raccomandato agli appassionati del settore.

(Gianni Sibilla)
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