«LA MIA GENERAZIONE HA PERSO - Giorgio Gaber» la recensione di Rockol

Giorgio Gaber - LA MIA GENERAZIONE HA PERSO - la recensione

Recensione del 22 mag 2001

La recensione

Li chiamavano “messaggi” negli anni settanta, e Gaber nel 2001 non ha perso il bisogno di lanciarne, come sempre chiarissimi e come sempre semplici nell’esposizione. Ce n’è almeno uno in ogni canzone.
Il cant’attore milanese è uomo di contenuti, e fa canzoni di contenuti. Canzoni che devono arrivare subito. Da questo nasce la semplicità di testi e musiche, di rime e di melodie. Beppe Quirici, che ha prodotto il disco, non ha modificato il ruolo della musica nelle canzoni di Gaber, così che gli arrangiamenti per quanto curati si tengono a debita distanza dalla voce e dalle parole. Questa è una piccola delusione. Se doveva essere un disco vero che disco vero fosse.
Non pare fondamentale neanche la scelta di far commentare ogni brano a qualche pubblica, e più o meno insigne, personalità. Alcuni degli ospiti parlano di Gaber più che delle canzoni. Ma la loro presenza sta a significare forse un’urgenza di apertura e di confronto, tanto quanto la scelta di pubblicare un disco. Forse è anche un modo per mettere insieme questa generazione.
“La mia generazione ha perso” cerca di afferrare la realtà e l’esistenza da tutte le parti. E’ un dizionario dei nostri giorni, riuscito grazie alla capacità e alla volontà di definire di Gaber e Luporini. Ed è un’orazione al pensiero, e la cosa non stupisce visto che un loro recital di qualche hanno fa era intitolato “E pensare che c’era il pensiero”.
Diversi brani erano già stati pubblicati. Ad esempio il primo, “Si può”, aggiornato per l’occasione. Ma una canzone come questa si presta particolarmente, dal momento che l’assunto resta intatto. ”Ma come/con tutte le libertà che avete volete anche la libertà di pensare?” dice. Una musica briosa contribuisce alla presa per i fondelli di quella che Gaber stesso definì “libertà obbligatoria”. Segue l’elegia di “Verso il terzo millennio”, una delle composizioni più doloranti del disco, con una chitarra classica che puntella le riflessioni fino ad un finale che apre la porta e rischiara dicendo “che non è mai finita/che tutto quel che accade fa parte della vita”.
“Il conformista” è una lista, quella dei ruoli assunti da chi ha attraversato tutti gli “ismi” e che “pensa per sentito dire”. Anche qui la musica sfotte.Tocca un tema forte “Quando sarò capace di amare”, un tema che non è solo personale, perché sta sotto ai problemi sociali. E’ l’incapacità a rapportarsi, e forse non solo con una donna o con un uomo, a essere messa in discussione.
“La razza in estinzione” è il pezzo che più ha fatto parlare e che contiene il titolo dell’album. Un’intro strumentale dà il senso dell’attesa e poi arriva la voce di Gaber a rendere viva la durezza delle affermazioni e la necessità di dire: ”possiamo raccontarlo ai figli senza alcun rimorso/ma la mia generazione ha perso”. “Canzone dell’appartenenza” è brano di densa profondità, forse il picco dell’album. Versi come “l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé” o “sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi” riescono a illuminare. Don Giussani di Comunione e Liberazione, chiamato a commentarli, ci mette dentro Dio, a differenza di Gaber.
“Il potere dei più buoni” è contro l’ipocrisia più che contro la bontà. Gaber sente, e non da oggi, il bisogno di un distinguo dal politicamente corretto. L’arrangiamento circense è particolarmente azzeccato. “Un uomo e una donna” riprende le tematiche dominanti nel disco vedendole dal punto di vista del rapporto di coppia, incrinato anche dall’esterno. Ma si può rifare il mondo “cominciando da noi/un uomo e una donna”.
Arriva “Destra-sinistra”, un pezzo già pubblicato e in qualche modo diventato culto per la sua capacità di rendere grottesche le contrapposizioni. “Ma cos’è la destra/cos’è la sinistra?” è la domanda vera per Gaber. La lenta “Il desiderio” vive su una frase: “il desiderio è la cosa più importante”. E’ lì per Gaber la chiave di tutto.
Fra le cose migliori del disco è “L’obeso”, metafora inquieta dell’uomo di oggi rigonfio di un cibo che si chiama informazione. Il brano è minaccioso anche musicalmente grazie alla batteria di Elio Rivagli. Stupendo il verso “l’obeso è l’infinito di un Leopardi americano”. E poi la chiusura di “Qualcuno era comunista”, unico brano registrato dal vivo, con un climax memorabile che finisce sulla pelle, nello stomaco, negli occhi. Dentro.

(Francesco Casale)
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