«NOT ONE WORD - Ivano Fossati» la recensione di Rockol

Ivano Fossati - NOT ONE WORD - la recensione

Recensione del 21 mag 2001

La recensione

Il titolo è solo apparentemente perentorio. Ivano Fossati, invece, ha scelto di giocare e di rischiare, eliminando le parole della propria musica e dando vita all’annunciato disco strumentale cullato da tempo.
La giocosità del progetto è evidente fin dall’intestazione, “Ivano Fossati double life”, che sottolinea l’esistenza di una dimensione parallela nella musica del cantautore ligure. Quindi non ci si aspetti, di fronte a questo disco, qualcosa di simile alle canzoni che hanno reso Fossati uno dei grandi della musica italiana. Le 14 composizioni di “Not one word” (13 originali di cui uno a firma del figlio Claudio, più la rilettura di “Besame mucho” di Consuelo Velasquez) sono un mondo a parte. Un mondo in cui permeano le influenze già presenti nella musica fossatiana, ma filtrate sotto un altro punto di vista, che è appunto l’assenza della parola.
Si sentono il jazz, la musica da film, il tango e il sudamerica, in queste tracce. Si sente quel tocco pianistico che Fossati ha sempre dato alle proprie canzoni, soprattutto nelle esibizioni dal vivo (una scelta molto evidente nei concerti de “La disciplina della terra”). Ma si sente soprattutto la scelta di dare vita ad una musica che è musica e basta, senza etichette di genere. Vengono in mente, ascoltando questo disco nomi come Keith Jarrett, Ryuichi Sakamoto e Joe Jackson. Il primo, non tanto per il tocco pianistico (lo stesso Fossati ammette di sentirsi più influenzato da John Williams del Modern Jazz Quartet), quanto per la scelta trasversale di fare una musica che appunto dal piano parte per arrivare in territori spesso e volentieri non classificabili. Gli altri, perché come Fossati arrivano da territori meno “colti” e più popolari di Jarrett, ma si sono mossi con lo stesso fine. Non è un caso che tutti questi ultimi tre nomi condividano con Fossati anche l’etichetta, la Sony Classical.
Insomma, “Not one word” è un disco che mischia le carte in tavola della canzone popolare, perché è fatto di riferimenti popolari, ma non di canzoni, almeno nel senso tradizionale del termine. Un disco al quale bisogna accostarsi con la stessa attenzione necessaria ad un disco di canzoni di Fossati, anche se ci si dovrà aspettare tutt’altro. Se si avrà quest’accortezza, “Not one word” potrà riservare molte sorprese.

(Gianni Sibilla)
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