«IN THE FISHTANK - Low + Dirty Three» la recensione di Rockol

Low + Dirty Three - IN THE FISHTANK - la recensione

Recensione del 21 mag 2001

La recensione

Il settimo volume della collana “In the fishtank” somiglia più ad un live – o, al massimo, ad una jam session registrata “in presa diretta” – che ad un disco in studio. Non per la qualità del suono, ben inteso, ma per quell’irripetibile alchimia che si crea tra musicisti “di razza” quando, strumenti alla mano, si raggiunge una certa confidenza ed una certa sintonia. Nello specifico, Low e Dirty Three sono due band che del “feeling” hanno fatto una vera e propria roccaforte artistica: i primi frequentando sensuali ritmi narcotizzanti in tempi assolutamente non sospetti, i secondi (sotto la guida di Warren Ellis, violinista prediletto nientemeno che da Nick Cave) scrivendo struggenti suite dalle melodie indimenticabili.
C’era il rischio di prendere sotto gamba questa collaborazione, pensando alla solita superband da “dopolavoro” che le star dell’indie spesso propinano ai loro fan più fedeli: niente di tutto questo, invece. Anzi, le Fishtank Session sono state per le due band un’ottima occasione per sperimentare e per influenzarsi a vicenda: non è un caso che Ellis abbia consigliato a Mimi (voce dei Low) un cantato più caldo e meno serafico e Alan (compagno in arte e nella vita di Mimi, alla voce e chitarra) ad imbracciare il banjo: i Dirty Three si sono così ottimamente sintonizzati sulla lunghezza d’onda dei Low, contenendo l’irruenza delle dinamiche in favore di un approccio al pezzo più misurato e introspettivo.
Nei sei brani che compongono l’album è la voce di Mimi a condurre i giochi, guidando il violino di Warren e la chitarra di Alan: basti l’esempio di “When I called upon your seed”, bellissima ballata al rallentatore che esalta alla perfezione le peculiarità delle due band; ma anche a “Lordy”, interessantissima rilettura di un gospel che piacerebbe a Cave e che, affidata a Low e Dirty Three, assume l’aspetto di un folk dal ritmo sostenuto, attraversato un refrain che Moby, per realizzare “Play”, avrebbe campionato volentieri.

(Davide Poliani)
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