Recensioni / 13 mag 2019

Jon Savage - JOY DIVISION - la recensione

Voto Rockol: 4.5/5
JOY DIVISION
Jon Savage

La metodologia della “oral history” consiste nel raccontare una storia solo ed esclusivamente attraverso le testimonianze virgolettate dei testimoni oculari, cioè di chi di quella storia è stato a vario titolo protagonista o comprimario. E’ una formula faticosa, perché richiede molto tempo, molto lavoro e molta capacità di selezionare fra centinaia di ore di interviste sbobinate – cioè trascritte – i passi che più sono funzionali alla ricostruzione degli avvenimenti.

E’ anche una formula che non lascia spazio alla vanità degli autori, le cui opinioni restano fuori dalla porta – o meglio: influenzano com’è giusto la selezione di ciò che sarà pubblicato, ma senza mai mettere in primo piano un desiderio di visibilità diretta. Anche per questo è così poco frequentata, in Italia – il paese dove qualcuno può pubblicare a proprio nome un libro interamente costituito da frasi pubblicate su altri libri (a volte anche su un solo altro libro: lo so per certo, fidatevi) e non essere chiamato a rispondere della sua condotta.

Jon Savage è un importante giornalista musicale britannico: ha pubblicato una decina di libri, fra cui il fondamentale “England’s dreaming: Sex Pistols and Punk Rock” - tradotto anche in Italia col titolo “Il sogno inglese”, che già dà l’idea di quanto poco l’editore italiano avesse chiaro il contenuto dell’opera (“England’s dreaming” è una citazione dal testo di “God save the Queen” dei Sex Pistols, “there is no future in England’s dreaming”: riferimento che al pubblico italiano non poteva che passare completamente inosservato, così tradendo lo spirito del titolo originario).

Jon Savage firma questa “oral history” dei Joy Division con la competenza, il rigore, la passione, l’attenzione, la minuziosità che lo caratterizzano, facendo parlare più di trenta persone (a cominciare naturalmente dai componenti della formazione: Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris) che hanno condiviso la nascita e la fine del ciclo dei Joy Division, dalla fondazione al suicidio di Ian Curtis.
Il risultato è un testo avvincente, partecipato, a volte commovente, sempre illuminante; ben servito, e fa piacere poterlo dire ogni tanto, da un’ottima traduzione (di Boris Battaglia, del quale su Rockol ho recensito un libretto su Serge Gainsbourg).
In quattrocento pagine ho trovato un solo refuso: a pagina 55, Rick “Wakerman” anziché “Wakeman”. Avrei evitato il sottotitolo, un po’ fuorviante, “autobiografia di una band”, ma è comunque meno peggio della prolissa e reboante frase che precede il titolo inglese (“This searing light, the sun and everything else”). Aggiungo che la copertina di Roberto La Forgia, il cui progetto grafico è ispirato ai lavori di Peter Saville per la Factory Records, e in particolare alla copertina di “Unknown Pleasures”, è più bella di quella originale. 
Ce ne fossero di più, di libri così, in Italia...

Franco Zanetti

(Nota: molti anni fa avevo un amico, con il quale avevo condiviso, fra le molte altre cose, la scoperta e l’ammirazione per i Joy Division. Quando si suicidò, il necrologio che feci pubblicare per lui sul quotidiano locale aveva come epigrafe “Love will tear us apart”. Da allora, e sono passati più di vent’anni, non avevo più voluto ascoltare nessuna canzone dei Joy Division. Ho ricominciato leggendo questo libro, e anche di questo sono grato a Jon Savage.)