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Martin Popoff   - PINK FLOYD - TUTTI GLI ALBUM - la recensione

Recensione del 22 gen 2021 a cura di Nino Gatti

Voto 8/10

La recensione

La bibliografia dello scrittore e giornalista canadese Martin Popoff racconta di un autore molto prolifico. Da solo o in collaborazione, ha realizzato fino ad oggi quasi novanta libri, recensendo oltre 7900 dischi. Uno dei suoi ultimi lavori, l'interessante “Pink Floyd - Album by album”, è stato pubblicato in Inghilterra nel giugno 2018 ed è stato di recente tradotto e distribuito in Italia dall'editore Il Castello.
L'edizione italiana rispecchia fedelmente il volume originale: copertina rigida, 240 pagine illustrate a colori e carta patinata.

La grafica gradevole e lineare e l'uso mai invasivo delle foto rendono piacevolmente fruibile il testo. All'interno sono contenute tantissime foto, alcune poco conosciute o inedite, a corollario di un testo che è stato diviso in quindici capitoli, uno per ogni disco pubblicato dai Pink Floyd. Si va da “The Piper At The Gates Of Dawn” del 1967, fino all'album che ha chiuso ufficialmente la discografia della band, “The Endless River” del 2014.
Per quanti si avvicinano ai nuovi libri dei Pink Floyd con il classico scetticismo del “tanto di loro si è già scritto tutto”, questo libro conferma che esistono sempre delle piacevoli eccezioni. Il taglio riservato per il libro è inedito per i volumi sulla band inglese; all'inizio di ogni capitolo Popoff illustra brevemente il percorso storico dell'album, discutendone con i suoi ospiti, in quella che appare più una chiacchierata tra amici che uno sterile sfoggio di competenze. Il loro racconto è pieno di partecipazione e dovizia di particolari. Le personalità sono state scelte dall'autore tra musicisti, giornalisti e persone legate al mondo della comunicazione, che si sono alternati nei ricordi, dividendosi in una specie di tavola rotonda a tre il racconto dei vari album. Craig Bailey, che i fan floydiani conoscono perché da trent'anni conduce il programma radiofonico “Floydian Slip”, esclusivamente dedicato alla band inglese. Roie Alvin, curatore di The Prog Report e collaboratore della rivista inglese Prog. Ralph Chapman, produttore televisivo (VH1, CBS), che ha prestato il suo volto per il dvd documentario “Inside Pink Floyd”. Robert Corich, ingegnere e produttore discografico, ha curato il remaster di artisti quali Uriah Heep e Gentle Giant. Ed Lopez-Reyes, che collabora con diversi siti sui Pink Floyd. Jeff Wagner, autore di musica e collaboratore di una etichetta prog-rock.
Corposo anche il gruppo di musicisti. C'è Steve Hackett, chitarra dei primi Genesis. Steve Rothary, bassista e membro fondatore dei Marillion. Il tastierista Jordan Rudess dei Dream Theater. Nick Beggs, noto bassista e turnista, fondatore dei Kajagoogoo, oggi milita nella band di Steve Wilson. A raccontare i Floyd anche Dennis Dunaway, già nella Alice Cooper Band che ci allieta con i suoi ricordi su Syd Barrett, conosciuto negli States nell'inverno 1967. La bella Heather Findlay, che per alcuni anni ha suonato con i Mostly Autumn, gruppo che si ispirava ovviamente ai Pink Floyd. Il bassista Lewis Hall della tribute band Think Floyd, definita da Nick Mason come “migliori di quello che eravamo noi”. C'è il poli-strumentista Paul Kehayas, autore di musiche per film e tv. Infine Kyle Shutt, chitarrista della band The Sword, che di recente ha realizzato con altri musicisti il tributo ai Pink Floyd intitolato “Doom Side Of The Moon”.
La formula adottata nel libro può lasciare inizialmente perplessi, ma in breve il testo comincia a diventare interessante e intrigante. Da vecchio lupo di mare floydiano ho trovato con sorpresa acuti spunti di riflessioni e letture originali della loro storia. I racconti personali degli intervistati, le interpretazioni della musica dei Pink Floyd partendo dal proprio vissuto, ti coinvolgono, spingendoti a riscoprire quel disco, alla scoperta di nuove storie per soddisfare la curiosità mossa da quelle testimonianze. La lettura scorre facilmente e i vari contributi entusiasmano e appassionano.
In alcuni casi la memoria e i racconti dei testimoni dell'epopea floydiana non sono così accurati, ad esempio a pagina 212, dove uno degli intervistati afferma che il brano “Wearing The Inside Out” fu suonato nel tour acustico di Gilmour nel 2001 (non è mai stata eseguita in quegli spettacoli). Anche l'autore cade in qualche errore di troppo, come a pagina 138 dove indica il 23 settembre 1977 come data di pubblicazione del disco “Animals” (in realtà era uscito otto mesi prima).
Dettagli che saltano agli occhi del lettore esperto ma che non scalfiscono più di tanto il valore del libro.

È bello ritrovare nelle testimonianze degli intervistati, il ricordo del momento in cui hanno ascoltato una canzone, scavando nella memoria e legandola a momenti tristi o felici della propria vita.
Ci si rende conto che la musica dei Pink Floyd è diventata universale ed è stata capace di insinuarsi di prepotenza nel vissuto quotidiano di milioni di persone.

Nino Gatti

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