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«TATTOO YOU - Rolling Stones» la recensione di Rockol

Un classico fatto con le outtakes? Solo gli Stones.

“Tattoo you”, il capolavoro del quinto quarto nella cucina del rock

Recensione del 08 nov 2021 a cura di Giampiero Di Carlo

Voto 8,5/10

La recensione

“Tattoo you” è unanimemente considerato l’ultimo grande classico tra gli album dei Rolling Stones. Sono d’accordo: ecco la sua storia e le tracce della sua grandezza.

Il contesto

La più grande rock and roll band del mondo, nel 1981, voleva suonare per altri vent’anni “perché nessuno c’era mai riuscito prima” (Keith Richards). Un’ambizione onorevole che, però, pareva un po’ troppo ambiziosa. L’apogeo dei Rolling Stones era passato nove anni prima e ormai recitavano nel pericoloso ruolo dei sopravvissuti di un’era sepolta da nuove leve del rock che avevano ripulito il genere dai suoi orpelli dopo il punk; inoltre vivevano, ciascuno a modo proprio, una crisi di mezza età (anagrafica oltre che artistica).
Il gruppo si addentrava in territori inesplorati con alla testa un chitarrista iconico reduce da anni di abuso da eroina e disintossicato da poco, quando nel rock la longevità era effettivamente ancora tutta da appurare.

Eppure la rinnovata sobrietà di Keith Richards – alla quale Jagger non era più abituato – gli restituiva autorità e parola nel gruppo, e ora la tensione tra i Glimmer Twins saliva anche per motivi artistici: “Some girls” ed “Emotional rescue”, del 1978 e del 1980, due album che possono figurare solo a metà classifica nella ideale graduatoria dei più grandi dischi degli Stones anche se sono comunque migliori del capolavoro di qualsiasi ottima rock band della storia e del pianeta, avevano flirtato troppo con la disco per i gusti di Keef.
Dunque, con gli Stones quarantenni e i Seventies alle loro spalle, sul ciglio della strada che avevano davanti la segnaletica indicava solo una direzione: tour. Quel tour promozionale che avrebbe attraversato gli stadi di tutto il mondo fino al 1982.
Il problema era che il gruppo non aveva un disco da promuovere.

L’album originale: genesi e brani

Un disco che giustificasse la messa in moto di un marchingegno industriale gigantesco come gli Stones in tour. Serviva solo quello.
Semplificando, si può dire che ci pensò Chris Kimsey, che fu produttore associato di “Tattoo you” e autentico artefice di quella che ex post possiamo chiamare una magia. Mick e Keith a malapena si rivolgevano la parola e lui, che era stato nei paraggi della band fin dal 1971, sapeva che c’era materiale in abbondanza per metterci una toppa. Nastri in mano, con Mick Jagger a disposizione per la parti vocali mancanti e quel genio di Sonny Rollins ad aggiungere un paio di tocchi da maestro, lavorò a Parigi e in un freddo studio fece quello che molti grandi chef dei giorni nostri fanno in cucina con i tagli di carne meno nobili. Preparò il “quinto quarto” del rock, una prelibatezza messa insieme con rimasugli e frattaglie che giacevano troppo vicino al bidone dell’immondizia.

Dici “Tattoo you” e pensi a “Start me up”. E per forza. Uno di quei singoli, questo sì, che figura nella top 5 degli Stones, nonostante si trovi a competere con alcune decine di autentici classici. Ma anche la dimostrazione di qualcosa che certi definiscono “sliding doors”, certi altri “serendipity”. Certi altri ancora anche culo. La sua versione definitiva era stata incisa la stessa sera di “Miss you”, pezzone disco-rock che aveva tenuto il gruppo in mostra e in alto in classifica nel 1978. Ma “Start me up” era stata preceduta da una settantina di takes e Keith Richards aveva chiesto a Kimsey di togliergliela di mezzo per sempre tanto era arrivato a detestare quel brano nato reggae e diventato rock che, alla fine, non andava mai bene.

Il genio che non riconosce sé stesso. E il produttore che invece sì.

“Start me up” divenne anche simbolo di altro. Certamente della metà rock di un album che venne concepito volutamente bipolare – lato A chitarristico, aggressivo, “classico”; lato B: confessionale, intimo, ballads. Inoltre diventò anche sinonimo del suono da stadium rock. Infine, nomen omen, anche la quintessenza dell’inizio della scaletta perfetta di un concerto rock.
Sulla prima facciata dell’album, il pezzo era in compagnia di altri vintage rockers tra i quali citerò giusto “Slave” (della quale esiste una jam session di undici minuti: uno sballo), illuminata dal sax di Sonny Rollins grazie a una bella intuizione di Mick, che evidentemente la notte non frequentava solo lo Studio 54 ma anche i jazz club; “Little T&A”, l’irriverente ciliegina di Keith con tette e sedere abbreviate nel titolo; e “Hang fire”: adrenalina in purezza.

La seconda metà dell’album cominciava invece con la splendida “Worried about you”, che risale ai tempi di “Black and blue” e che la band aveva svelato per la prima volta dal vivo nel mitico concerto di Toronto quando si era esibita all’El Mocambo sotto il falso nome di Cockroaches (scarafaggi, che sottile ironia). E che fissa il tono di questo lato di vinile che terminava con “Waiting on a friend” (c’è ancora Sonny Rollins), un’ode all’amicizia che mette agli atti il sodalizio eterno tra Jagger e Richards, un verbale utile da rileggersi ogni volta che la loro dialettica fosse finita fuori controllo.

Per gli amanti del quinto quarto, “Tattoo you” fu così assemblato: quattro parti freschissime, ancora sul bancone dello chef e avanzate dalle sessions di “Emotional rescue” (“Little T&A”, “Neighbours”, “No use in crying” e “Heaven”, che fu in effetti un pezzo nuovo tanto era solo accennata nella struttura presente su nastro); tre parti fresche, messe sotto vuoto dalle sessions di “Some girls” del 1978 (il sopra citato super-singolo, archiviato col titolo originale di “Never stop”, più “Hang fire” e “Black  limousine”); due parti da frigo, conservate dalle sessions di “Black and blue” (“Slave” e “Worried about you”) e due parti lasciate nel freezer dalla fine del 1972, ai tempi delle registrazioni di “Goats head soup” (“Waiting on a friend” e “Tops”: qui suona Mick Taylor, non Ron Wood).

Tattoo You 2021

Il 22 ottobre di quest’anno, in occasione del quarantesimo anniversario dell’album, ne è uscita una nuova versione rimasterizzata in vari formati e disponibile in una ricchissima deluxe edition che include anche Lost & Found: Rarities Still Life: Wembley Stadium 1982.
Still Life: Wembley Stadium 1982 immortala lo show londinese della band nel giugno di quell'anno, registrato durante il Tattoo You Tour: ben 26 tracce in una track list che vede alternarsi tre filoni: brani dell'allora nuovo album (“Start Me Up”, “Neighbours”, “Little T&A”, “Hang Fire”); i classici degli Stones – da "Under My Thumb" a "Let's Spend The Night Together", da "Honky Tonk Women" a "Brown Sugar"; e cover illustri che solcano soul e rock and roll – “Just My Imagination” dei Temptations, “Twenty Flight Rock” di Eddie Cochran, “Going To A Go Go” dei Miracles.


In Lost & Found  sono presenti nove brani inediti: tra questi sono stati scelti come singoli “Living In The Heart Of Love” e “Troubles A' Comin”. Ascolti l’attacco del primo e sei già a casa, ma non prima di avere provato un brivido istantaneo, quell’attimo in cui Angus Young è chiaramente un nipote di Keith Richards e il dichiarato amore del secondo per i riff del primo si spiega così, senza bisogno di altre parole. Non poteva mancare la versione reggae, pseudo-originale di “Start Me Up”, alla quale anche qui si aggiunge una selezione di cover d’annata come “Shame, Shame, Shame”, ode all’idolo Jimmy Reed il cui blues è nel DNA della band, ed il soul di “Drift Away” di Dobie Gray.

Charlie

Questo è di fatto il primo album degli Stones a uscire dopo la morte di Charlie Watts.
La sua presenza è chiaramente ovunque e la sua arte da metronomo si apprezza forse meglio nei pezzi del primo lato di “Tattoo you”. Qui la sua chimica con Bill Wyman risplende attraversando gli anni migliori del gruppo e il suo drumming secco è ideale per quei rockers che in studio oscillano tra l’ode al suono dei Settanta e il tuffo verso quello di più dubbio gusto degli Ottanta.

Se l’avessimo intervistato per commentare questa bella nuova release di “Tattoo you”, sono quasi certo che Charlie si sarebbe elegantemente lamentato. Già: un gigante del jazz come Sonny Rollins era arrivato alla corte degli Stones, con il suo sax presente solo in due pezzi e con Mick che ci aveva trascorso più tempo di lui.

TRACKLIST

01. Start Me Up - Remastered 2021 (03:34)
02. Hang Fire - Remastered 2021 (02:21)
03. Slave - Remastered 2021 (06:32)
04. Little T&A - Remastered 2021 (03:24)
05. Black Limousine - Remastered 2021 (03:34)
06. Neighbours - Remastered 2021 (03:34)
07. Worried About You - Remastered 2021 (05:18)
08. Tops - Remastered 2021 (03:49)
09. Heaven - Remastered 2021 (04:23)
10. No Use In Crying - Remastered 2021 (03:26)
11. Waiting On A Friend - Remastered 2021 (04:35)
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