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«IF WORDS WERE FLOWERS - Curtis Harding» la recensione di Rockol

Il classic soul di Curtis Harding si arricchisce di un caleidoscopio di stili

Il cantante e polistrumentista del Michigan mette insieme il soul tradizionale con orchestrazioni jazz, garage rock, gospel e un'attitudine rap. Lanciando anche messaggi di speranza

Recensione del 06 nov 2021 a cura di Michele Boroni

Voto 7,5/10

La recensione

“If words were flowers” è il terzo lavoro per Curtis Harding, giovane soulman del Michigan ma di casa ad Atlanta. Nato artisticamente sotto l'ala dei Black Keys (dentro al loro side project Night Sun) e CeeLo Green, in questo suo nuovo disco si allontana da quel classic soul un po' minimalista dentro cui era nato per sviluppare una trama musicale tutta sua, come potete vedere già in questo video acustico di "Can't hide it", dal vivo in studio.

Una fantasia di stili e generi 

Questo disco è un buon compromesso tra i suoni roots, in questo caso allargati oltre il soul ma che abbracciano il soft jazz, lo phych rock e il gospel, con atmosfere più contemporanee come un certo r&b, il rap e il pop più orecchiabile. 
A differenza di Leon Bridges, anche lui emerso a metà degli anni dieci con una forte impronta classic soul, e che ora si distacca grazie a collaborazioni prestigiose, dai Khruangbin e nell'ultimo disco con feat.

di Robert Glasper e Terence Martin, il buon Harding fa tutto da solo coadiuvato solo dal fido Sam Cohen che suona e co-produce con lui il disco. .
Qui i generi, gli stili e le trame sono davvero molte. Si parte dalla title track che sta a metà tra lo space jazz, “Aquarius” e Bacharach, prosegue poi con il gospel rap, archi e assolo di chitarra lisergico à la Ernie Isley di “Hopeful”, i cori Motown (“I can't Hide in”), i fiati della Stax con spoken che ricorda Gill Scott Heron (“Where is the love”) e ballad un po' storte (“Explore”). Ma ad Harding piace anche contaminare il suo approccio classico con elementi contemporanei: quindi in “So low” insieme al flauto e agli archi c'è anche la sua voce con un autotune molto espressivo, come non si sentiva dai tempi di “808 & heartbreak” di Kanye West. Gran bel pezzo. 

Un messaggio positivo 

Il titolo “If words were flowers” deriva da una frase che la madre di Harding era solita dirgli, "Regalami i fiori mentre sono ancora qui". La frase gli è rimasta impressa e nella sua testa è diventato un monito a mostrare amore e apprezzamento alle persone che gli sono care prima che sia troppo tardi. Così in tutte le canzoni il cantante e polistrumentista sottolinea la necessità di più amore durante questi tempi difficili e prova a guardare avanti in modo riflessivo e catartico invece di soffermarsi sulla negatività. Nella già citata “Hopeful” rende omaggi agli afroamericani che hanno perso la vita per difendere i propri diritti, ma invece di soffermarsi sul trauma, Harding adotta una prospettiva positiva e trasmette l'importanza di cercare la luce nell'oscurità, con la sua  promessa “Non per pacificarti ma, amico, per cambiare veramente”. In "Where Is The Love" descrive un "mondo coperto di oscurità, malattia e anche disperazione", ma grazie ai fiati in stile Stax, la ritmica e un ritornello tutto da cantare, la canzone suona in modo decisamente ottimista. 
“If words were flowers” è un disco generoso e coinvolgente. 

TRACKLIST

02. Hopeful (05:16)
03. Can't Hide It (03:19)
04. With You (03:42)
05. Explore (04:46)
06. Where's The Love (03:14)
07. The One (04:00)
08. So Low (03:17)
09. Forever More (03:14)
10. It's A Wonder (03:56)
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