«STOP THE PANIC - Luke Vibert» la recensione di Rockol

Luke Vibert - STOP THE PANIC - la recensione

Recensione del 04 giu 2000

La recensione

Sono in molti, nella scena elettronica, a pensare che il genere, se fatto con le macchine, i programmatori, insomma, i computer, corre il rischio di arrivare a un binario morto, su un binario in cui c’è spazio solo per l’autoindulgenza. Luke Vibert, da sempre “nerd” assorto nei programmatori (soprattutto di beats) e (per i suoni) nei sampler, sembra far parte di questa schiera di non musicisti che, provata ormai ogni tipo di macchina, ha pensato bene di incorporare nel flusso sonoro dei propri progetti strumenti veri e propri. Ecco il perché di questo strano connubio con un chitarrista, o meglio, con un musicista ossessionato da ogni tipo di steel guitar: BJ Cole. Lui, dopo alcune esperienze più o meno simili (Bjork, Orb, Beck, Spiritualized, The Verve) e soprattutto dopo aver scoperto “Drum’n’bass for popa” di Plug (uno dei tanti progetti di Vibert), ha deciso che avrebbe lavorato con Luke. Il risultato, nonostante le premesse più che stuzzicanti (un fanatico dei ritmi intricati drum’n’bass, trip hop o hip hop che siano e un vecchio musicista ossessionato dalle chitarre hawaiane) non convince più di tanto. I beats di Vibert non sono luccicanti e “illuminati” come ci aveva abituato in passato. La chitarra di Bj Cole, tra il sognante, l’esotico, le atmosfere country e folk e una propensione a una sottile ironia, sembra spesso fuori luogo, staccata dalla filosofia del “sound boy” che appartiene a Vibert. Lo scollamento, forse il gap generazionale tra i due, si traduce in un fallito tentativo di rendere macchine digitali e strumenti “organici”, o, nei passaggi più noiosi, in un flop in cui il crossover bizzarro tra elettronica e country ricorda il fastidioso e spesso inconcludente ricorso all’extravaganza sonora di certi prodotti targati Ninja Tune.
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