«BUGGED - Baby Bird» la recensione di Rockol

Baby Bird - BUGGED - la recensione

Recensione del 03 giu 2000

La recensione

Narra la leggenda che anni fa, dal Monte Olimpo ove risiede, contemplando noi mortali con un certo disgusto, la Dèa Réclame vide Stephen Jones e puntò il suo capriccioso ma salvifico dito su di lui, elevando una serie di suoi componimenti all’effimera gloria delle classifiche. All’improvviso le genti scoprirono i Babybird, giunti al disco numero 7 senza lasciare debita traccia - fino a quel momento catartico. Gloria e peana per l’ormai veterano Jones, che si stava accingendo a iniziare un’altra carriera, quella di scrittore. Malauguratamente, la Dèa Réclame impose all’artista inglese quello che sovente è il suo spietato tributo: la gente avrebbe conosciuto la sua canzone, ma non il suo nome né il suo volto.
Ma invece di ringraziare per l’opportunità e metterla a frutto, l’eroe d’Albione rise oltraggiosamente in faccia alla dèa, la quale supponeva che, con i dischi successivi, Stephen/Babybird avrebbe affannosamente tentato di mantenere quel contatto con l’alta classifica insperatamente raggiunto. Invece, “Bugged” è un disco di onesto acid pop britannico, che difficilmente la dèa riuscirà ad abbinare a un’auto o a un’acqua minerale (vero è che pur sempre di dèa si tratta, e che l’accorata “All I want is love” e “Wave your hands” hanno una cantabilità che può tornare utile). Non sarà semplice convincere gli acquirenti della romantica “You’re gorgeous” ad adattarsi alla filastrocca un po’ malevola che apre l’album, o alle reminescenze lisergiche di “One dead groove” (sorta di pronipote di “Tomorrow never knows” dei Beatles). Nel mezzo, alcuni brani che sembrano composti nella stanza accanto a quella in cui gli Stone Roses di Ian Brown cercavano di suonare tra una lite e l’altra, come l’accattivante “Till you die”, o la grintosa “Eyes in the back of your head” (che sa molto di Happy Mondays). Un buon disco, ma forse un pochino in ritardo sui tempi. Tanto più che, a coronare l’impressione che Jones sia rimasto ai primi anni ‘90, arriva una ghost-track (credevamo fossero passate di moda...): “The Xmas God of New York”. Il tutto, rivestito da una copertina che la dèa Réclame, regina del consenso, non perdonerà mai. L’unica conclusione possibile è che alle lusinghe della dèa e del suo amante, il dio Conquibus, Jones abbia resistito facendo un disco dalla discreta compattezza, dal sapore un po’ retrò, e dalle potenzialità commerciali piuttosto ridotte - ma ad alto potenziale di credibilità: e la musica inglese ne ha tanto bisogno, dopo che tanti suoi semidei sono sprofondati in un triste limbo - che non è certo un allegro “Limbo rock”.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.