«INSIDE JOB - Don Henley» la recensione di Rockol

Don Henley - INSIDE JOB - la recensione

Recensione del 02 giu 2000

La recensione

Don Henley...’nghia, Don Henley!!! Ma dove si era cacciato? Scherzo, lo sappiamo tutti (o quasi), nel senso che nel 1994 si erano riformati gli Eagles con relativo tour mondiale, incassi clamorosi e album live con inediti... come, chi sono gli Eagles? Ma dai, non ne avete mai sentito parlare? Beh, effettivamente sembrano passati tanti anni, trenta per la precisione, da quando il gruppo di Don Henley e Glenn Frey ha iniziato a macinare album e hits con il suo country rock a metà strada tra la vibra del southern modello ZZ Top e il pop lezioso degli America. “In medio stat virtus”, dicevano i latini ( “il nucleo sta nel mezzo”, dicono invece oggi i Bluvertigo), e in quel mezzo andarono a cacciarsi gli Eagles, accontentando tutti e non scontentando nessuno: il risultato furono tour sold out, album mitici come “Hotel California”, Grammy Awards e una carrellata di hits che vanno da “Desperado” a “Take it easy”. Di quel gruppo, scioltosi agli albori degli anni ’80 e poi riformatosi a metà dei ’90, Don Henley era il batterista ma, verrebbe da dire, soprattutto uno dei cantanti. Cantavano in diversi, infatti, nella band, a partire dal socio Glenn Frey, ma Henley aveva – e tuttora ha – una voce unica: sottile, quasi metallica, uno Sting texano meno squillante e più desertico, molto emozionante, fragile e deciso allo stesso tempo. Con la sua voce Henley ha caratterizzato molti hits degli Eagles e ha dettato legge anche con una serie di successi in proprio, da “Dirty laundry” a “The end of innocence”, passando attraverso “The boys of summer”... a 10 anni di distanza dal suo ultimo exploit solista in Italia le sue tracce si sono un po’ perse, nonostante negli States lui e i suoi pards continuino a finire sui giornali; e allora per ricordarci chi è ecco arrivare “Inside job”. Scritto e registrato nel corso di quattro anni, capace di schierare ospiti di lusso come Stevie Wonder, Glenn Frey, Randy Newman, Mike Campbell, Benmont Tench e Jimmy Vaughan, “Inside job” è un album nato e influenzato fortemente dal matrimonio e dalla nuova famiglia che Henley si è costruito: una nuova famiglia che è tornata a vivere in Texas, dopo che il terremoto di Los Angeles aveva raso al suolo la lussuosa casa del batterista. Una nuova casa, quindi, una nuova compagna, una nuova famiglia: in breve una nuova vita, che sembra lontana anni luce da quella del batterista ‘addicted’ a polverine varie e incagliato in vicende processuali per presunti abusi sessuali su una minorenne che era Henley qualche anno fa. “Inside job” è l’altra faccia della medaglia, quella che racconta l’impegno ecologista in “Goodbye to a river” che in qualche modo è specchio della sua generazione, o che tesse quadretti familiari – basta ascoltare le prime quattro canzoni che aprono l’album, di cui la splendida “For my wedding”, peraltro non sua. Musicalmente, se è vero che l’Henley solista ha sempre flirtato con l’elettronica, giocando spesso e sovente di drum machine, “Inside job” non si smentisce e offre un ottimo suono che mescola abilmente il vintage con il digitale, regalando una successione di brani che occhieggiano al country, al rock, ma soprattutto ad una sorta di soul bianco così come lo intendono quelli come Stevie Winwood. Il limite più evidente di un album altrimenti piacevole è nella mancanza di brani in qualche modo sopra la media: in questo senso “Inside job” sembra tanto compatto quanto privo di picchi creativi, eccezion fatta forse per un paio di ballad come “Annabel” e “Taking you home”, non a caso il primo singolo estratto dall’album. In America “Inside job” farà certamente parlare, ma in Europa? C’è ancora un mercato significativo per questa musica? Sembrano essere passati secoli dai good old days, anche se il volto di Henley, sempre più simile a quello di un signore di campagna del sud, pare aver schivato gli anni come si schivano i pugni. Ora come allora, con qualche ruga in più. Lo stesso vale per la sua musica.
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