«HEY CLOCKFACE - Elvis Costello» la recensione di Rockol

Lo sguardo di Elvis Costello sullo scorrere del tempo

Le canzoni del trentunesimo album del musicista britannico spaziano tra vari generi musicali.

Recensione del 16 nov 2020 a cura di Paolo Panzeri

Voto 8/10

La recensione

Due anni dopo l'ottimo "Look Now" Elvis Costello torna a pubblicare un album, il suo titolo: "Hey Clockface". Un disco la cui costruzione si è dipanata tra Helsinki, Parigi, Los Angeles e New York, da Elvis in proprio oppure con la collaborazione di altri musicisti e dilatati nel tempo a causa della pandemia epidemiologica che ne ha modificato i piani di scrittura e registrazione. "Hey Clockface" è un lavoro quanto mai eterogeneo e ciò non può sorprendere più di molto quanti, almeno un poco, abbiano conoscenza dell'eclettico percorso musicale di Costello. Un artista che ha l'eccentricità ed unicità quale caratteristica precipua e in "Hey Clockface" ne fornisce l'ennesima chiara prova. Nei quattordici brani della nuova fatica – la trentunesima del sua lunga carriera – Elvis sposta sovente il tiro da un genere all'altro avendo quale unico punto di riferimento il cantante (lui stesso), e lo scorrere del tempo, architrave filosofica dei vari brani.

La varietà delle canzoni

Come detto, l'album è di variegato ascolto. Il talking cupo e austero di "Revolution#49" accoglie all'ingresso i convenuti al capezzale dell'ultimo nato di casa Costello, per poi proseguire con uno degli episodi più intriganti dell'intero disco, "No Flag". Spoglia ma affascinante è “They’re Not Laughing at Me Now”, registrata a Parigi come anche “What Is It That I Need That I Don’t Already Have?”. “Newspaper Pane”, musicata da Michael Leonhart e Bill Frisell, che vi suona la chitarra, culmina con un crescendo di fiati delizioso. Una tromba, altrettanto deliziosa, dona vita alla malinconica "I do (Zula's song)". Incalzante, con riferimenti all'antica Roma e al vecchio West, "We Are All Cowards Now", mentre "Hey Clockface/How Can You Face Me?" omaggia lo swing in voga quasi un secolo fa. Un episodio musicalmente più leggero quello di “Hetty O’Hara Confidential”, "The Whirlwind" è classica e notturna il giusto da essere infingarda e da ingannare i sensi, parlata è "Radio is Everything" che si giova di alcune insinuazioni alla chitarra di Nels Cline. Prima di chiudere con il racconto di un amore del passato, ora dimenticato e ripensato alla luce del tempo trascorso in "Byline", giunge il caldo abbraccio jazz di "I Can't Say Her Name".

Tempus fugit

Riassumendo: "Hey Clockface" ci consegna l'immagine di un Costello che, senza dubbio, non ha perso la capacità di scrivere belle canzoni, di interpretarle con disinvoltura e di mostrare un talento in possesso di pochi altri musicisti della sua generazione. Il suo sguardo, più amaro che dolce, riguardo il tempo è legato giustamente alla sua età – il musicista inglese ha compiuto 66 anni lo scorso agosto – e alla naturale indole. Insomma, questo album non sarà esattamente come un De Beers (per sempre) e non provocherà attacchi da Sindrome di Stendhal nell'ascoltatore, ma, più nel singolo episodio che nell'insieme tutto, scavalca spesso le mura che abbiamo eretto nel tempo per difenderci ed isolarci dalle brutture del mondo, penetra impunemente sottopelle e va a smuovere piacevolmente cuore e cervello.

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