«DOWN IN THE WEEDS, WHERE THE WORLD ONCE WAS - Bright Eyes» la recensione di Rockol

Sul lettino dell'analista con i Bright Eyes

'Down in the Weeds' è un disco dolente ma non autocommiserativo: una bella prova di carattere che segna un'evoluzione importante per il gruppo di Conor Oberst

Recensione del 22 set 2020 a cura di Davide Poliani

Voto 7/10

La recensione

Facile fare un disco cupo in un periodo come questo, direte, ma è solo una curiosa coincidenza se "Down in the Weeds, Where the World Once Was" è arrivato proprio adesso, tra pandemie, sommosse e tensioni.

Il fatto è che dopo "The People's Key" del 2011 Conor Oberst aveva perso un po' di vista Mike Mogis e Nate Walcott, accantonando i Bright Eyes in favore di altri progetti. Poi quattro anni fa un uno-due di quelli che stenderebbero anche il migliore degli incassatori - un divorzio e l'improvvisa perdita del fratello maggiore - hanno portato il cantautore di Omaha, il giorno di Natale del 2017, ad alzare il telefono per chiamare i due vecchi amici. E da lì, appunto, si è arrivati a "Down in the Weeds, Where the World Once Was".

Come un album di fotografie di anni che ci siamo persi, il disco allinea frammenti più o meno personali, da "Pageturner’s Rag", ragtime sporcato da una sorta di registrazione ambientale con la voce - in spagnolo - dell'ex moglie di Oberst in primo piano, al folk di "To Death’s Heart (In Three Parts)", che alterna dolorosa introspezione ("Com'è vivere con me / ogni cazzo di giorno?") all'attualità più tragica ("Ci sono cadaveri al Bataclan / C'è musica nell'aria") passando per una citazione di "Wish You Where Here" dei Pink Floyd, fino alla struggente e sinfonica "Stairwell Song", sorta di elegia degli addii vissuti ("Anche se il nostro amore non è mai stato in discussione / Niente è cambiato / Un giorno hai preparato le tue cose / Non ti sei preoccupata di spiegare / Ti piacciono i finali cinematografici"): "Down in the Weeds" ha il pregio di essere un disco dolente ma non autocommiserativo. Tutt'al più onesto, come se Oberst avesse deciso, per scrivere i suoi testi, di accomodorsi sul lettino dell'analista riservando agli ascoltatori il ruolo del terapeuta.

La cosa più interessante portata in dote dai nove anni di distanza da "The People's Key" è forse il ripensamento del progetto Bright Eyes in termini strutturali.

Le incombenze autoriali maggiormente condivise rispetto al passato, con Mogis e Walcott coinvolti direttamente nella scrittura dei brani, e il coinvolgimento di elementi esterni al gruppo - il batterista di Mars Volta e Queens of the Stone Age Jon Theodore e il bassista dei Red Hot Chili Peppers - hanno sicuramente dato una nuova veste musicale alle produzioni del progetto: "Dance and Sing", in apertura, e "Comet Song", in coda, con una sezione ritmica tutto sommato discreta - eppure solidissima - a fare da impalcatura all'impianto sinfonico che accompagna le linee vocali, rendono piuttosto bene l'idea dell'approccio utilizzato per "Down in the Weeds", album figlio di un gruppo e non di un progetto.

"Non ho paura del futuro / Devo soffrire e ripetere" canta Oberst in "Forced Convalescence" (anche qui, ogni riferimento alla strettissima attualità è puramente casuale), uno degli episodi più decifrabili e ammiccanti del lavoro, come "Mariana Trench", ma - esattamente come "Mariana Trench" - una delle canzoni che meglio mostra l'apparente fragilità dei nuovi Bright Eyes: servirà del tempo a Oberst e ai suoi per prendere di nuovo le misure, per calibrare alla perfezione scrittura e arrangiamenti per centrare il bersaglio al primo colpo. Non è questione né di talento né di esperienza, entrambi presenti in modo abbondante: probabilmente è solo una questione di tempo. Non aver paura del futuro è un ottimo inizio per aspettarsi, di qui a qualche anno, grandi cose. Sperando che soffrire non sia obbligatorio.

TRACKLIST

01. Pageturners Rag (03:57)
02. Dance and Sing (04:30)
04. Mariana Trench (03:41)
05. One and Done (04:53)
06. Pan and Broom (02:52)
07. Stairwell Song (03:40)
08. Persona Non Grata (03:32)
09. Tilt-A-Whirl (02:20)
10. Hot Car in the Sun (02:27)
13. Calais to Dover (04:17)
14. Comet Song (05:35)
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