«LUCIFER III - Lucifer» la recensione di Rockol

"Lucifer III", la dannazione può anche attendere

Il terzo album della rock band di Johanna Sadonis non ammette sorprese. Tra atmosfere anni Settanta, malizia e temi sinistri, al diavolo preferisce l'airplay

Recensione del 04 apr 2020 a cura di Marco Di Milia

La recensione

La caparbietà non manca di certo in casa Lucifer. La formazione guidata dalla bionda Johanna Sadonis, arriva al traguardo del terzo album saldamente ancorata ai migliori modelli dei nomi grossi del rock e dei giubbotti di pelle, ma aggiunge a un calderone ricolmo di nostalgia e zolfanelli anche la voglia di uscire dalla propria nicchia.

Con “Lucifer III”, la sulfurea band rievoca con dedizione e sentimento strutture già ben collaudate, portate ai fasti quasi cinquant’anni prima in tutto e per tutto, eppure cede anche alla tentazione di sfuggire dalla retromania a tutti i costi levigando e smussando spigolosità di sorta. Così, se in principio il riferimento erano soprattutto i Rush, i Deep Purple e ovviamente i Black Sabbath, qui entrano in gioco anche la matrice sferragliante dei Jethro Tull meno bucolici di “Locomotive Breath”, come pure, tra tamburelli e battiti di mani, accenni di glam à la T-Rex ed echi soft dei Fleetwood Mac con Stevie Nicks.

Già in apertura di danze, “Ghosts” presenta la volontà del gruppo di tendere verso aperture più melodiche, pur restando comunque nel suo ambito di hard maledetto dalle sfumature allegramente cimiteriali. La tedesca Sadonis in questo interpreta alla perfezione il ruolo di strega ammaliatrice a capo della sua congrega di nerboruti musicisti borchiati a suon di doom e stoner, a partire già dalla copertina del nuovo album. Dopo il risultato quasi incredibile di oltre 13.000 copie vendute del precedente "II" e un incessante tour di più 200 date, tra Stati Uniti, Canada, Giappone e nord Europa, la band - in organico anche Nicke Andersson degli Hellacopters alla batteria e, dal 2018, Martin Nodin dei Dead Lord alla chitarra - “III” rappresenta il tentativo di Johanna e dei suoi di voler sfondare nel mercato americano con un album sì di ispirazione luciferina, ma anche così smaccatamente controllato da risultare persino innocuo.

Nulla da biasimare se brani come lo stesso “Ghosts” e i seguenti “Phantom Lord” o “Coffin fever”, oltre al piglio esoterico, offrano spazio a molteplici coloriture radio-friendly, ma in una band che ha come moniker nientemeno che il capo dei ribelli per antonomasia, questi arrangiamenti in ultimo finiscono per apparire un tantino riduttivi. Eppure, questa buona dose di retro rock, tenebroso e sensuale, riesce a mettere insieme un sound in ogni caso corposo, sostenuto dalla voce duttile e potente della cantante. Il belato di un caprone - già, il fulcro è sempre il solito Black Phillip, mellifluo sussurratore di tentazioni - introduce il brano che porta il nome del gruppo stesso, in cui il canto meditabondo trasmette passione e carica melodrammatica, mentre altrove la sottile malizia del disco sta tutta nell’incontro-scontro tra riff rocciosi e la presenza scenica di Johanna, naturalmente dotata di seducente determinazione nel rievocare spirito e sentimenti degli anni che furono.

Da “Leather demon” a “Flanked by snakes”, fino al finale con “Cemetery eyes”, ciò che appare subito evidente è la volontà di proporre atmosfere codificate nei minimi dettagli, enfasi e teatralità comprese, dove l’effetto sorpresa non può fare parte del programma. Combinando proto metal, garage e psichedelia, i Lucifer non si dimostrano proprio degli innovatori del genere, preferendo puntare su un immaginario che incrocia, al pari delle vecchie pellicole della Hammer Productions, anni Settanta, erotismo e tematiche sinistre per conquistare nuovi spazi.  

Purtroppo, la bellezza del disco, e dei Lucifer a latere, è proprio il suo limite: tutto è affascinante e ben confezionato con la giusta dose di stile, ma anche piuttosto prevedibile, incapace di destare un sussulto che sia tale. Colpa forse di uno spirito dei tempi che col rock è ormai alquanto beffardo, evidentemente: il diavolo quella vecchia molla di resistenza alle regole sa di doverla cercare altrove.

TRACKLIST

01. Ghosts (04:04)
02. Midnight Phantom (04:12)
03. Leather Demon (04:51)
04. Lucifer (03:56)
05. Pacific Blues (04:07)
06. Coffin Fever (04:11)
07. Flanked by Snakes (03:34)
08. Stay Astray (04:38)
09. Cemetery Eyes (05:48)
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