«URLO GIGANTE - Giovanni Gulino» la recensione di Rockol

Di cosa parla Giovanni Gulino quando parla d'amore

Nella sua prima prova da solista, 'Urlo gigante', il già frontman dei Marta sui Tubi seziona relazioni e sentimenti senza fare sconti a nessuno, a partire da se stesso

Recensione del 06 mar 2020 a cura di Davide Poliani

Voto 7/10

La recensione

E' senz'altro un disco coraggioso, "Urlo gigante", per diversi motivi.

In primis perché mettersi in gioco a 48 anni con un passato importante alle spalle non solo non è semplice, ma nemmeno comodo: per farlo Giovanni Gulino si è preso il tempo necessario, facendo passare quattro anni da "Lostileostile", l'ultima prova consegnata agli annali in compagnia di Carmelo Pipitone. In secondo luogo, il già frontman dei Marta sui Tubi non si è concesso sconti, mettendosi alla prova per la prima volta in proprio su un terreno talmente frequentato da essere diventato estremamente scivoloso, cioè quella della canzone d'amore. O, meglio, della canzone sull'amore, tormentato, che lascia cicatrici e che sa (anche) fare male. Che, alla fine dei conti, è la materia prima della quali si sono nutriti tutti i grandi, ma che ha anche lasciato sul campo molte vittime.

Gulino sapeva di non poter prescindere dalla sua vita precedente, e così - giustamente - ha fatto: partendo dalla scrittura spigolosa e frammentata che abbiamo imparato a conoscere già dai tempi di "Muscoli e dei" il cantautore siciliano ha ricostruito, tessera dopo tessera, il mosaico di una storia dolorosa e importante, fissando su disco le istantanee di una relazione con un piglio quasi cinematografico ("prima hai spettinato l'odio / poi ti sei rasata il cuore / hai cucito alla speranza l'abito migliore / l'hai guardata mentre andava senza salutare", canta in "Lasciarsi insieme", sul quale è presente anche, in veste di ospite, Veronica Lucchesi dei La Rappresentante di Lista).

Musicalmente parlando, "Urlo gigante" alterna - grazie anche all'intervento in fase di scrittura del pianista Andrea Manzoni - brani più convenzionali - "Un grammo di cielo", "Tra le dita" - alla teatralità di "Albergo a ore", passando per la cupezza di "Sto" e per il filone sperimental-rumorista di "Parapiglia", "Dormiveglia" e "Il tempo lo dai tu", queste ultime tutte testimoni di una vena feconda - e molto interessante - che Gulino avrebbe fatto bene ad approfondire maggiormente: ma nella distribuzione dei pesi interna al disco era indispensabile trovare spazio per tutto, lasciando a brani come "Bambi" - in apertura, le cui atmosfere elettroniche discrete ed eleganti lasciano davanti la voce anche sul ritornello - o "Un grammo di cielo", primo estratto dal lavoro in circolazione già da qualche tempo, il compito di fornire a chi ascolta la cifra del disco nella sua interezza.

Non sappiamo quale sia stata la molla che ha spinto Gulino a scrivere questo disco - che pur non essendo stato presentato come un concept album ci assomiglia parecchio - né siamo sicuri sia giusto saperlo, per essere poi costretti a legare musiche e parole a vicende private che è sacrosanto che restino tali. Quando, però, un artista che all'alba dei cinquanta debutta da solista canta "devi fare tutto da solo perché non ci sarà nessuno che lo farà per te" (da "Fammi ridere") probabilmente una risposta la sta già dando: giusto o sbagliato che fosse, "Urlo gigante" era il disco da fare. Un passaggio da compiere per affrontare un futuro che "è una pagina vuota", dove "il destino è quello che ci scrivi sopra".

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