«FATHER OF ALL... - Green Day» la recensione di Rockol

Mezz'ora da motherfuckers coi Green Day

Trent'anni insieme e non sentirli: Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool sfornano l'album più veloce della loro carriera, tra unicorni, falsetti, Les Paul Jr e SG tirate al massimo.

Recensione del 09 feb 2020 a cura di Daria Croce

La recensione

La vita è breve come questo disco, per cui non resta che ballarci su. L’ultima fatica dei Green Day, “Father Of All Motherfuckers”, è un’iniezione nello sterno alla Pulp Fiction, con i suoi 10 pezzi in meno di 27 minuti. È il disco più veloce della loro carriera, divertente e frenetico.
Da ascoltare andando al lavoro (come suggerisce la band) o magari andando a scuola (come facevamo negli anni Novanta) con un’inversione di rotta rispetto alle mode del momento.

D’altra parte i Green Day hanno influenzato ben più di una generazione fino all’ultima ondata di artisti, tra cui Billie Eilish che nemmeno era nata ai tempi di “Basket Case”.
Tutto merito di Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool il cui spirito, alle soglie dei 50 anni, è ancora energico e scanzonato come quello di un teenager nel video di “Meet Me On The Roof”, per il quale hanno assoldato Gaten Matarazzo (Duster in “Stranger Things”). 

Nonostante i 30 anni di carriera alle spalle, i Green Day ancora oggi non si prendono troppo sul serio (la mascotte di questa nuova uscita è un unicorno che vomita l’arcobaleno, per dire) e la loro sala prove assomiglia a quella di un gruppo di ragazzini, con un optional interessante.
Si racconta su NME, infatti, che appesa al muro ci sia una coppia di pelli rotonde da batteria - fissate alla parete con un chiodo al centro - su cui sono stati disegnati degli spicchi a pennarello. Da una parte hanno riportato il tempo, in tutte le sue declinazioni (Fast, Swing, Psychedelic Trippy ecc), dall’altra si trovano i generi (Glam, 60s Garage, British Pop Invasion e così via). Pare che quando uno dei tre si presenta in saletta a corto di idee, facciano girare la ruota: dalla combinazione di tempo e genere, a quel punto, può nascere di tutto.

Se il criterio della ruota è stato adottato anche per i pezzi dell’ultimo disco, l’esito deve essere stato qualcosa tipo Fast+Punk.
“Father Of All...” si avvicina più alla trilogia “¡Uno!”, “¡Dos!”, “¡Tré!” che al precedente “Revolution Radio” del 2016 o, ancora, ad “American Idiot” (dal quale riprende la copertina, con l’aggiunta di graffiti e unicorno).
I brani sono spiccatamente punk, ma come racconta Billie Joe le influenze sono tante: Little Richard e il rock’n’roll anni Cinquanta, il garage dei Sonics, la leggendaria Motown, gli Archies e le icone del glam Mott The Hoople.
Non manca neppure un omaggio a Joan Jett, con “Oh Yeah!”, e, di rimando, a Gary Glitter - “Do You Wanna Touch Me (Oh Yeah)” è il pezzo originale.

Billie canta in falsetto e - sarà la voce, saranno i riff, sarà il contrasto con l’atmosfera sanremese dell’ultima settimana - la spinta è tale che, già dalla title track in apertura, ti sembra stia bussando alla tua porta addirittura Jack White.
E tra unicorni, Les Paul Jr e SG tirate al massimo, oggi come allora i Green Day ti fanno venire voglia di attaccare il jack alla chitarra, per un pomeriggio di velocità e divertimento puro.

 

TRACKLIST

01. Father of All... (02:31)
02. Fire, Ready, Aim (01:52)
03. Oh Yeah! (02:51)
07. Sugar Youth (01:54)
08. Junkies on a High (03:06)
10. Graffitia (03:17)
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