«SOMEBODY'S KNOCKING - Mark Lanegan» la recensione di Rockol

Chi bussa alla porta di Mark Lanegan?

Nuovo lavoro per il tormentato cantautore ex Screaming Trees, che ci offre una versione più accessibile del suo universo musicale

Recensione del 18 ott 2019 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Il rock’n’roll… il rock… insomma questa categoria musicale che ci ostiniamo a etichettare furiosamente e che ogni anno si frammenta in sempre più sottogeneri – per la gioia dei critico-compulsivi, dei giornalisti bisognosi di fascette Post-it colorate (e non mi escludo dal genus, se posso oppure ho mai potuto definirmi “giornalista”), dei discografici più attenti ai fogli Excel che al suono e dei fan assatanati in perenne fase ne-so-una-più-di-tutti-e-voi-non-valete-un-cacchio – è una faccenda difficile da afferrare. Oggettività e soggettività si spappolano l’una contro l’altra, per cui diventa un eccitante tiro al piattello (con benda in tessuto catramato sugli occhi, of course) affrontare il momento della recensione. Ancor di più se si fa l’errore di andare a leggere quanto ha già scritto qualche collega su un dato album.

Ebbene, a proposito di questo disco di Lanegan ho letto cose poco lusinghiere, scritte da persone che stimo e rispetto. Ma non posso che dissentire dalla prospettiva per cui un Lanegan cinquantacinquenne non sarebbe più in grado di rievocare atmosfere emozionanti, pelle d’oca e tormenti.
Va bene: siamo tutti d’accordo sul fatto che “Whiskey For The Holy Ghost”, “Scraps At Midnight” e “I’ll Take Care Of You” sono disconi anzi Disconi. Lì Lanegan era all’apice. E siamo anche d’accordo nel dire che durante gli ultimi 10 anni ci sono stati episodi trascurabili (vedi l’album precedente). Eppure questo nuovo lavoro, pur non avvicinandosi – e neppure tenta di farlo – ai masterpiece citati, ha una personalità e un quid intriganti. Nulla di nuovo, visto che la formula è sempre rock westernato, cupo, rauco, ombroso e decadente, ma si distingue chiaramente un feeling anni Ottanta che ricorda a tratti i Depeche Mode più cazzuti e i Sisters Of Mercy di “Floodland” o giù di lì. E buttiamoci qualche suggestione alla Bowie dell’era “Heroes”.

Quindi rock gotico-tossico-maudit con striature elettroniche? Diciamo così: andrà bene.

Questo è un Lanegan sicuramente più accessibile, ma ruffiano al punto giusto – quasi pop, sì. A tratti sfiora la facilità dell’electro-rock un po’ danzereccio, ma in qualche modo è un contatto appena percettibile, che non finisce in un capitombolo nel trash e in un selfie di fronte agli studi di Virgin Radio. Al massimo si rievoca un filo di tamarreria anni Ottanta/primi Novanta (si veda “Penthouse High” che ricorda un mix fra Frankie Goes To Hollywood e U2)… ma che male c’è.

TRACKLIST

01. Disbelief Suspension (03:15)
02. Letter Never Sent (03:31)
03. Night Flight to Kabul (03:30)
04. Dark Disco Jag (03:55)
05. Gazing from the Shore (03:42)
06. Stitch It Up (03:03)
07. Playing Nero (04:16)
08. Penthouse High (06:23)
09. Paper Hat (04:27)
10. Name and Number (03:39)
11. War Horse (02:51)
12. Radio Silence (04:02)
13. She Loved You (05:30)
14. Two Bells Ringing At Once (04:49)
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