«NON SIAMO MICA GLI AMERICANI! 40° RPLAY SPECIAL EDITION - Vasco Rossi» la recensione di Rockol

Così Vasco strinse le mani sullo scettro di Re del Rock italiano

40 anni dopo torna nei negozi "Non siamo mica gli americani". Da cantautore a provocautore: così Rossi gettò le basi di quella mitologia rock che nel giro di pochi anni gli avrebbe permesso di diventare il numero uno.

Recensione del 27 set 2019 a cura di Mattia Marzi

La recensione

È impossibile raccontare "Non siamo mica gli americani" senza scadere del banale. Se non altro perché alla carriera di Vasco e alla sua discografia sono state dedicate negli anni le pagine di decine e decine di libri - per non parlare delle tante fanzine e dei numeri speciali delle riviste di musica, molti dei quali dati alle stampe due anni fa in occasione di Modena Park - che parlano inevitabilmente anche di questo disco, la cui storia è ampiamente nota agli appassionati. "Non siamo mica gli americani" non è solamente uno dei dischi-simbolo della discografia del rocker di Zocca, al pari di "Colpa d'Alfredo" e di "Bollicine", ma è anche a tutti gli effetti un classico della musica italiana. Ora, a distanza di quarant'anni dalla sua prima pubblicazione, torna nei negozi in una speciale edizione da collezione per la serie celebrativa R> Play, un'iniziativa di Sony Legacy dedicata ai quarantesimi anniversari degli album di Vasco e inaugurata nel 2018 con la ripubblicazione di "...Ma cosa vuoi che sia una canzone...": pur non aggiungendo nulla di nuovo a quanto è stato già ampiamente scritto e raccontato, questa uscita è un bel modo per celebrare l'album che vide Vasco togliersi di dosso i panni del cantautore che aveva provato a indossare (comunque con credibilità) nel suo primo album per indossare quelli del "provocautore".

Nel 1979 l'età d'oro del cantautorato italiano si è già avviata alla sua conclusione. Con il loro tour congiunto, "Banana Republic", Dalla e De Gregori hanno riportato i cantautori negli stadi, sancendo però al tempo stesso la fine di una stagione. Che il pubblico desiderasse nuove sensazioni Vasco lo aveva già intuito pochi mesi dopo l'uscita di "...Ma cosa vuoi che sia una canzone...", quando era tornato in studio di registrazione per lavorare ad una serie di nuove canzoni che con quelle del suo album d'esordio avevano ben poco in comune, portando con sé una band composta da Gianemilio Tassoni (basso), Gaetano Curreri e Antonio Mancuso (tastiere), Giovanni Pezzoli (batteria), Maurizio Solieri e Massimo Riva (chitarre), Rudy Trevisi (sax) e Sandro Comini (trombone), oltre che il fonico Maurizio Biancani (oggi chiamato a curare il mastering delle canzoni per questa riedizione).

Se in "...Ma cosa vuoi che sia una canzone..." Rossi si era divertito a scimmiottare - ma a modo suo - il linguaggio dei principali cantautori italiani, ora intendeva portare la sua musica a un livello successivo. "Più vado avanti e più sento il bisogno di scrivere canzoni. Però adesso non mi interessa più dimostrare agli altri che anch'io so rivestire alcuni versi con qualche accordo. Ho voglia di comunicare sensazioni, credo di avere un discorso mio da portare avanti. Perciò chiedo solo che la gente mi ascolti, magari una sola volta, per far sì che ognuno possa decidere autonomamente se il mio è un discorso che lo interessa o no", avrebbe raccontato in un'intervista concessa alla rivista "Ciao 2001" nel settembre del 1979, pochi mesi dopo la pubblicazione di "Non siamo mica gli americani".

Come rivolgersi a quei ragazzi "senza santi né eroi" che, alle porte degli anni '80, delle tiretere e dei proclami dei cantautori non sapevano più cosa farsene? Semplice: raccontandogli verità. Ecco allora che il linguaggio di Vasco comincia a farsi diretto, duro, onesto. Sincero. I testi delle canzoni di "Non siamo mica gli americani", con tutti quei riferimenti agli sballi, alle notti sporche di provincia, ai piaceri effimeri, rappresentano le basi di quella mitologia rock che Rossi avrebbe continuato a raccontare con i suoi successivi lavori, da "Colpa d'Alfredo" a "C'è chi dice no" (il disco con il quale nel 1987 avrebbe chiuso la prima fase della sua carriera, quella più ribelle e tagliente, prima di aprire con "Liberi liberi" un nuovo capitolo, caratterizzato da una maggiore introspezione), passando per "Siamo solo noi", "Vado al massimo, "Bollicine" e "Cosa succede in città". Quella mitologia che nel giro di pochi anni gli avrebbe permesso di diventare il Re del Rock italiano.

Ci sono le incursioni nel teatro-canzoni di "Io non so più cosa fare", dell'irresistibile title track (sull'inutilità del servizio militare obbligatorio) e di "Va be' (se proprio te lo devo dire)", le atmosfere cinematografiche à la Spielberg di "Sballi ravvicinati del 3° tipo", la dance rock di "La strega (La diva del sabato sera). Ma i pezzi forti del disco sono, come noto, "Fegato, fegato spappolato" e "Albachiara", diventati in modo diverso due cavalli di battaglia di Vasco. Nel primo, Rossi racconta con ironia e provocazione la noia della provincia, offrendo ai ventenni dell'epoca - assetati di appartenenze - un manifesto generazionale ("Con in bocca un gusto amaro che fa schifo / chissà cosa è stato, quello che ho bevuto / m'alzo dal letto e penso al povero / mio fegato, fegato, fegato spappolato"), ideale anticipazione di quello che sarebbero state per i suoi seguaci "Siamo solo noi" e "Vita spericolata". Con "Albachiara" (il cui successo inaspettato spinse i discografici a dare questo titolo alla ristampa del disco), invece, Vasco porta avanti la serie di ritratti femminili già inaugurata con "Silvia" e "Jenny è pazza", entrambe contenute nel suo album d'esordio, perfezionando lo stile che negli anni successivi gli avrebbe permesso di scrivere canzoni come "Toffee", "Brava Giulia", "Gabri" o "Sally".

L'edizione speciale di "Non siamo mica gli americani" per il quarantennale è disponibile in tre diverse versioni: cofanetto deluxe in edizione limitata e numerata, cd con libricino di 32 pagine e vinile 180 grammi. L'edizione deluxe include, oltre all'album originale a 33 giri da 180 grammi, al 45 giri "Albachiara/Fegato, fegato spappolato", al cd in versione vinyl replica e a una musicassetta, anche un libro di 112 pagine scritto dal giornalista Marco Mangiarotti, con molte foto e contenuti inediti che ricostruiscono l'atmosfera anarchica della sala di registrazione della Fonoprint di Bologna dove Vasco registrò il disco insieme ai suoi musicisti.

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