«BLACK PUMAS - Black Pumas» la recensione di Rockol

Nero e sensuale, come il soul dei Black Pumas

Il disco d'esordio del singolare duo formato da un cantante busker e un produttore-chitarrista, innamorati delle atmosfere black d'altri tempi

Recensione del 21 set 2019 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Simbolo di vitalità e potenza per i nativi americani, il puma incarna la forza e l’energia del creato in diverse culture indigene. Pochi dubbi quindi sul perché il sodalizio artistico tra il cantante di strada Eric Burton e il chitarrista e produttore Adrian Quesada - vincitore di un Grammy Award con il latin alternative dei Grupo Fantasma - abbia scelto come suo animale totemico la grazia e la destrezza dello sfuggente felino, per di più nero, proprio come la miscela di soul, urban e roots che ha reso subito riconoscibile l’alchimia dei Black Pumas.

L’album d’esordio del progetto a due di Burton e Queseda porta a Austin, Texas, le sfavillanti cromature del suono Motown, concentrando in dieci tracce una decade ricca di una sensibilità nuova e sofferta che, dai vecchi gospel degli schiavi nei campi di cotone alla rivoluzione rock blues del Delta del Mississippi, ha dato luce al grande patrimonio musicale del Sud degli States. Il sound dei Black Pumas flirta così con un passato carico di orgoglio e intuizioni, carismaticamente valorizzato dall’ugola calda e intensa di Eric Burton.

Affidandosi a una tradizione già rodata, la coppia trae ispirazione dai colpi di colore delle vibrazioni di Marvin Gaye, dalle spinte sociali di Gil Scott-Heron e da quell’inevitabile fascino da blaxploitation di Curtis Mayfield, senza per questo risultare banale. Il tono sensuale della voce di Burton e una certa scintillante versatilità delle chitarre, sempre al centro di tessiture essenziali e ammalianti, si risolvono in un mix di modernità e di vecchia scuola che spazia dalle luci soffuse di “Know you better” alle impennate funky di “Fire”, passando per la lisergica “Sweet conversation”. I Black Pumas con innegabile tocco vintage offrono la propria visione del mito, prendendo qua e là dai classici per trasportare di peso quelle vecchie pulsioni direttamente nel secondo millennio. Conosciutisi quasi per caso, grazie alla segnalazione di un amico comune, l’incontro tra il busker Burton e il produttore Quesada, in cerca della personalità giusta con cui condividere le sue ispirazioni legate alle profonde radici nere della musica statunitense, ha dato il via a una rilettura appassionata e avvincente di una parte integrante della cultura popolare americana. Nell’iniziale “Black Moon rising” - che riprende nel titolo la “Bad moon rising” dei Creedence Clearwater Revival - le ritmiche sincopate e il falsetto di Eric tirano presto in ballo quelle infuocate atmosfere anni Settanta, capaci di dare forza a una classe che rivendicava con decisione la propria identità in una società piena di contraddizioni. Tra richiami spiritual, episodi R&B e un’immancabile impronta di matrice blues, in brani come “Oct 33”, “Colors” e “Stay Gold”, fino agli echi rock di “Touch the sky” il legame tra Burton e Quesada sembra essere del tutto simbiontico, permettendo non solo ai due musicisti di completarsi a vicenda, ma anche di riportare in alto l’antica fiamma della black music.

I Black Pumas in questo modo non tentano certo di rivoluzionare un genere, quanto piuttosto di unire le diverse tensioni di una storia dalle mille sfaccettature in un lavoro che somma l’anima texana con quella afroamericana, creando dunque un ulteriore ponte di contatto tra due componenti di una realtà decisamente composita e, ancora, troppo spesso in contrapposizione.

Assemblato quasi interamente nello studio casalingo di Quesada con pattern ritmici, sezioni di archi e fiati, chitarre fuzz e una certa dose di elettronica, “Black Pumas” riesce ad andare oltre il semplice effetto nostalgia, rendendo contemporaneo lo spirito - e il disagio - di un’epoca ormai distante. I richiami al passato, i groove accattivanti e la voce duttile e piena di Eric Burton, che con tono insieme drammatico e carnale canta di introspezioni, sentimenti e solitudini esistenziali, mettono in luce le radici di un mondo capace, ancora oggi, di brillare di un fascino senza tempo.

 

TRACKLIST

01. Black Moon Rising (03:41)
02. Colors (04:06)
03. Know You Better (04:09)
04. Fire (04:06)
05. OCT 33 (04:49)
06. Stay Gold (04:35)
07. Old Man (03:17)
08. Confines (03:09)
09. Touch The Sky (04:27)
10. Sweet Conversation (03:22)
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