«SHEPHERD IN A SHEEPSKIN VEST - Bill Callahan» la recensione di Rockol

Bill Callahan, i tormenti della quiete domestica di "Shepherd In A Sheepskin Vest"

L'anima sfaccettata di un cantautore riflessivo, rasserenato ma ancora famelico di sentimenti

Recensione del 06 ago 2019 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Qualcosa è cambiato nella pace delle mura domestiche. Bill Callahan raccoglie le sue riflessioni sul bisogno di tranquillità che necessita, ora che si è sposato con la sua Hanly ed è diventato padre del piccolo Bass. Pensieri e stralci di inquieta esistenza raccolti nelle venti tracce di cui si compone il nuovo “Shepherd In A Sheepskin Vest”, perché, che sia pastore, pecora, o forse anche lupo, il meditativo musicista originario del Maryland, sente di dover fare il punto sul suo presente.

Messo ormai in soffitta lo pseudonimo di Smog, con il quale ha avviato nel 2007 una prolifica carriera artistica, il cantautore ha lasciato trascorrere quasi sei anni dalla sua precedente uscita. Eppure, nonostante il tempo trascorso e i cambiamenti del suo assetto familiare, Bill non si è lasciato alle spalle quell’urgenza personale di interrogarsi sul senso della vita, la morte e, inevitabilmente, sul significato dell’amore.

Il lavoro si concentra sull’ambiente, umano e materiale, che circonda lo stesso Callahan, ampliandone gli orizzonti secondo una poetica scomposta per immagini, a tratti onirica e a tratti del tutto concreta, di una realtà che si sposta a poco a poco da un piano prettamente individuale prima e familiare poi, fino alla ricerca di un insondabile infinito. Ci sono le incognite della vita che bussano alla soglia di una quiete casalinga a lungo ricercata, in un lavoro di sintesi dei sentimenti, sensi e ragione, filtrato da una sensibilità fuori dal comune che per certi versi ricorda la lirica lucida e tormentata di Leonard Coehn. Un’analisi intima che parte dal privato in “Son of the sea” dove, protetto nel suo ambiente, l'animo cerca di trovare un equilibrio decisivo che non gli è mai del tutto concesso. “The house is full of life; life is change” canta nel brano, concentrandosi su una felicità che alla fine sembra sul punto di essere raggiunta attraverso le personali conquiste di una vita: “Ho una casa, un’auto, la donna dei miei sogni e una sedia di design taroccata…”.

Un mondo di rapporti in chiaroscuro quello che il cantautore confida ai suoi ascoltatori, in un lungo borbottio, dai toni a tratti dimessi. Il flusso di pensieri di “Shepherd In A Sheepskin Vest” acquista così un peso specifico importante seguendo un percorso che alterna riflessioni dirette e fantasiose chimere, fino al piacere di concedersi una salvifica birra. Passando dal rapporto non del tutto risolto con i genitori di “Circles” e “Black dog on the beach”, i dubbi di “Camels” e “What about Certainty” scricchiolano sotto il peso leggero delle piccole soddisfazioni quotidiane che il figlioletto e la moglie riescono a offrigli. Con semplice spontaneità ricorda la luna di miele a Kawai in “What comes after Certainty” - “I've got the woman of my dream” confessa in un verso efficace quanto fulmineo - e dipinge un quadro di bizzarra soggettività in “The ballad of Hulk”, in cui si paragona, per indole, al collerico gigante verde ideato da Stan Lee e Jack Kirby.

Il percorso introspettivo si sviluppa quindi quasi interamente per sottrazione, lasciando la narrazione del disco a formarsi di soli frammenti, al pari della musica, realizzata quasi esclusivamente in solitaria. Pochissimi gli interventi esterni - la chitarra di Matt Kinsey  e qualche colpo della batteria di Dony Wynn in “Angela” e nella già citata “The son of the sea” - che spezzano la costruzione di un lavoro intricato in cui a spiccare sono le inquietudini del suo autore, che sembrano addensarsi e poi sciogliersi in un’alternanza di stati d’animo, che Bill Callahan riesce a mettere insieme senza mai risultare banale. Schegge sparse di rassegnazione e audacia che alla fine si ricompongono nella rilettura del classico “Lonesome Valley”, intonata insieme all’amata Hanly Banks e, in ultimo, nella conclusione affidata alla notturna “The beast”, in cui tutti i polverosi fantasmi interiori evocati dall’album sembrano finalmente trovare la giusta pace. Almeno fino alla prossima alba.

TRACKLIST

03. Angela (02:47)
05. Writing (03:06)
07. 747 (03:26)
09. Young Icarus (02:48)
10. Released (02:22)
13. Call Me Anything (02:26)
14. Son of the Sea (04:13)
15. Camels (02:59)
16. Circles (02:28)
17. When We Let Go (02:17)
18. Lonesome Valley (04:16)
20. The Beast (04:37)

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