Recensioni / 14 giu 2019

Bruce Springsteen - WESTERN STARS - la recensione

“Western stars” è il disco più “un-Bruce” mai ascoltato: la recensione

Un album in cui certe ballad che Springsteen ha da sempre dentro si sono trasformate in quelle pop song che mai avremmo creduto di ascoltare da lui. Il migliore band leader della storia del rock ha vestito per una volta i panni del direttore d'orchestra.

Voto Rockol: 4.5/5
Recensione di Giampiero Di Carlo
WESTERN STARS
SonyMusic (CD)

Attori, stuntman, autostoppisti, cowboy, viandanti. E Nashiville, Tucson, Hollywood, Sundwon. Un viaggio, una galleria di personaggi, tante storie andate a male. Suona familiare, no? Puro Springsteen, no? Sì. Anzi: no. “Western stars” è il disco più “un-Bruce” mai ascoltato.

Il narratore di “Hitch hikin’”, che viaggia leggero portando con sé ‘solo quello che può contenere la sua canzone’, procede senza meta. Gli danno un passaggio una giovane coppia con lei incinta, un generoso camionista con la foto della sua bella sul cruscotto e il fanatico di motori che fa lo spaccone sulla sua auto truccata. Riecco quelle istantanee che valgono la prosa dei migliori autori americani: in sedici righe c’è un romanzo che aspetta di essere scritto, in quattro minuti un documentario sull’America. “Western stars” comincia con questa filastrocca adulta sorretta da un banjo spensierato che va avanti senza mai cambiarle il ritmo, ma poi il pezzo cresce di intensità e si apre quando, a un certo punto, entrano gli archi. Batteria e basso assenti, qui è questione di armonia. Quella che in “Nebraska” o “Tom Joad” sarebbe stata una ballata, si trasforma in un vintage pop a stelle e strisce. E sarà la cifra musicale dell’intero album: all’alba dei suoi settant’anni Bruce Springsteen rivela di sé una dimensione ancora sconosciuta.

Certo, le sue dichiarazioni di aprile e i primi due singoli avevano preparato un po’ alla sorpresa. “Hello sunshine” aveva subito riportato alla mente l’Harry Nilsson di “Everybody’s talkin’” e “There goes my miracle” aveva reso omaggio a Roy Orbison; il tributo al grande pop americano veniva servito - ma quello era solo l’antipasto di portate ben più sostanziose, tutte condite col contrasto tra le “nuove” melodie di Bruce e l’amarezza che accomuna a questo giro i suoi ordinari Joe.

“The wayfarer”,  secondo brano in tracklist, agli archi aggiunge i fiati e regala un’altra fuggevole sensazione di deja-vu che, stavolta, pare condurre dalle parti del Billy Joel degli esordi. Ma cosa sta accadendo? E’ il trattamento che ha scelto per queste nuove canzoni a rivelarci un Bruce inedito o il Boss ha sapientemente maneggiato il songbook americano degli anni Sessanta e Settanta e, lasciando da parte il folk, ha tirato fuori il coniglio dal cilindro?

In un’atmosfera che sembra stata disegnata apposta per una colonna sonora – ma il film dobbiamo immaginarcelo – solo “Tucson train” rimanda alla E Street Band, mentre il capolavoro assoluto è la title track. “Western stars” è avvolgente e onirica come il suono fantastico della slide. Struggente l’immagine che propone del vecchio e obsoleto eroe del western, massacrato dalla vita e tuttavia grato di svegliarsi ancora con i suoi stivali addosso. Una stella del cinema sbiadita prigioniera dell’illusione patetica del viagra, sì; ma anche e sempre il cowboy che guarda ai “fratelli” dietro al filo spinato: il suo spirito è intatto, perché quello dell’America non lo è più? Un pezzo politico dentro a un sussurro potente che, cambiando registro lungo i tredici pezzi del disco, diventerà una costante. Quando tutti perdono, la sconfitta è del Paese.

L’occasionale festa mariachi che avvolge “Sleepy Joe’s Cafè”, il localino diventato una miniera d’oro grazie all’autostrada che gli è stata costruita di fianco, è l’oasi intorno alla quale passa un’orda di gente disillusa e sopraffatta dalla vita. Ma quella che Bruce Springsteen denuncia oggi senza alcun bisogno di ricorrere a una sola “protest song” non è più l’America reaganiana, e non è la recessione economica a piegare lo stuntman di “Drive fast” o il disperato protagonista di “Chasin’ wild horses”. No. Questi un lavoro ce l’hanno, eppure si annichiliscono nella fatica e nel dolore per non pensare, per dimenticare i loro errori che sono costati gli amori perduti per sempre. Gente in fuga, disperata, svuotata dentro di sé per avere peccato di superficialità, per avere trascurato i valori in mezzo ai quali era cresciuta. E’ gente in fuga da quando il rimorso ha riacceso un amore perduto per sempre, altro che “Born to run” - di quei 45 anni trascorsi da allora l’America avverte tutto il peso. Ascoltare “Stones” per credere: ecco un’altra perla a base di peccati e bugie, in cui la metafora dei sassi in bocca come punizione per le menzogne di una vita è veramente potente.

“Sundown” è il luogo ideale della redenzione nella narrazione springsteeniana del 2019, ma con un’avvertenza: “non il posto dove vuoi stare per conto tuo”. Lo spirito di Burt Bacharach aleggia sulla sua melodia ma, Dio lo abbia in gloria, ha il garbo di restarsene in sottofondo, come se tra geni di mondi musicali lontani ci fosse la consapevolezza condivisa di quanto sia sottile la linea che separa il genio dal disastro… Un altro inedito magheggio armonico, l’ennesimo episodio in cui il suono compresso e esplosivo lascia spazio e respiro abbondante tra gli strumenti.

“Western stars” è quel grande album in cui certe ballad che Springsteen ha da sempre dentro si sono trasformate in quelle pop song di spessore che mai avremmo creduto di ascoltare da lui. E’ il disco in cui il migliore band leader della storia del rock, pur senza cedere al tuxedo, ha vestito per una volta i panni del direttore d’orchestra.

TRACKLIST

01. Hitch Hikin' - (03:36)
02. The Wayfarer - (04:18)
03. Tucson Train - (03:29)
04. Western Stars - (04:38)
05. Sleepy Joe's Café - (03:12)
06. Drive Fast (The Stuntman) - (04:15)
07. Chasin' Wild Horses - (05:03)
08. Sundown - (03:14)
09. Somewhere North of Nashville - (01:52)
10. Stones - (04:44)
11. There Goes My Miracle - (04:03)
12. Hello Sunshine - (03:54)
13. Moonlight Motel - (04:18)