«THE VERDICT - Queensryche» la recensione di Rockol

Il terzo album con Todd LaTorre alla guida del timone reychiano: "The Verdict" dei Queensryche

Recensione del 01 apr 2019

La recensione

Di Simöne Gall

Il terzo album con Todd LaTorre alla guida del timone reychiano continua a non far rimpiangere più di tanto l’assenza della storica voce di Geoff Tate, impegnato, sempre che lo sia ancora, in una carriera alternativa a dire il vero non molto sorprendente con i suoi Operation: Mindcrime. LaTorre possiede una timbrica incredibilmente identica a quella di Tate, ma non è questo il punto. Dall’uscita dell’interessante “Queensrÿche ”, la storica band di Seattle, o ciò che ne resta, è infatti riuscita a riprendersi da quel certo tedio compositivo che dopo l’uscita del lontano “The Promised Land”, il loro rapporto conclusivo con l’universo del mainstream, non aveva più concesso a Michael Wilton e compagnia di realizzare dischi che risultassero davvero degni di attenzione (ad eccezione, forse, dei discreti “Tribe” e “American Soldier”).

Musicalmente, “The Verdict” prosegue sul solco tracciato dal precedente “Condition Hüman”, ma se quest’ultimo presentava almeno un paio di episodi degni di assoluto rilievo, uno su tutti “Hellfire”, in questa “nuova” operazione discografica non sembra esserci alcunchè di particolarmente intrigante. Una sensazione che sovviene non solo dopo il primo ascolto, ma anche dopo il secondo, il terzo e pure dopo il quarto (al quinto avrei forse cambiato idea?). Intendiamoci, se lo si accetta per come si presenta nel complesso, “The Verdict”, con la sua prominenza metal dai toni per così dire “rapsodici”, non è affatto un disco da cestinare, ma è piuttosto un lavoro compatto, ben prodotto, ben eseguito, ben tutto (Rockenfield, tra l’altro, resta un batterista supremo). Dall’inziale “Blood Of The Levant”, a “Light-Years”, passando per “Propaganda Fashion” sino alla valida “Bent” e ancora oltre, il livello di potenza dell’album non propende quasi mai verso il basso. 

Sostanzialmente, però, al di là dell’inaffrontabile grafica di copertina, che rievoca scenari da videogioco fantasy dell’infanzia che fu, c’è da chiedersi quale possa essere la reale utilità di un disco di maniera come questo; un risultato senza nessun particolare merito, se non quello di tentare di mantenere in vita un nome che, al di là di ogni possibile giudizio sintetico, resta intoccabile quantomeno per aver consegnato alla storia dell’hard/metal due capolavori come l’eterno concept-album "Operation: Mindcrime" (da dimenticare il maldestro tentativo di conferirgli un sequel, davvero inutile) e il successivo "Empire" (ma c’è anche chi - non è il mio caso - stravede per Rage For Order).
Meglio tornare sui classici: questo il verdetto. 

TRACKLIST

01. Blood of the Levant (03:27)
02. Man the Machine (03:50)
03. Light-years (04:08)
04. Inside Out (04:31)
05. Propaganda Fashion (03:36)
06. Dark Reverie (04:23)
07. Bent (05:58)
08. Inner Unrest (03:50)
09. Launder the Conscience (05:15)
10. Portrait (05:16)
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